Demetra


Demetra, figlia di Cronos e di Rhea Cibele, che i romani identificarono con la loro Cerere, era la dea dell'agricoltura, una delle divinità maggiori e più venerate. Demetra, era la dea dei campi e delle messi, in greco appunto significava "la madre Terra", come tutti i contadini aveva un carattere semplice, di morale ineccepibile, di costumi austeri; veniva venerata come madre benigna e affettuosa. Proteggeva tutti i prodotti agricoli, ma in particolar modo quelli ritenuti più importanti, le biade e i cereali. Il suo culto era molto diffuso in Tessaglia, nella Beozia, nell'Attica, a Corinto e in tutto il Peloponneso fino ad arrivare in Sicilia, che per la sua fertilità divenne la dimora preferita dalla dea. Aveva una figlia avuta da Zeus, Persefone, per i romani Proserpina. Famoso è il mito del ratto di Persefone. Demetra veniva raffigurata come una matrona severa e maestosa, ma anche bella ed affabile, con una corona di spighe in testa, una fiaccola in una mano e nell'altra un cesto di frutta. Le venivano sacrificati buoi, mucche e maiali, e le si offrivano frutta e miele. Le erano sacri i papaveri, gli alberi da frutta e le spighe. A Roma il 12 aprile, si celebravano le feste in suo onore dette Cerealia.

Hestia


I greci introdussero una divinità femminile come dea del focolare: Hestia, la prima figlia di Cronos e Rhea, quindi sorella maggiore di Zeus ed Hera. I romani conoscevano una divinità con funzioni e culto simili che chiamavano Vesta. Il culto di Hestia è uno dei più semplici, non ha quasi leggende; l'unico episodio di questa dea è che corteggiata da Poseidone e da Apollo, ottenne da Zeus di serbare per sempre la sua verginità; in cambio ebbe onori eccezionali come la prerogativa di un culto in tutte le dimore degli uomini e nei templi di tutti gli dèi. Hestia era rappresentata come dea della casa e degli affetti, ha appunto un focolare come altare. Quando una città inviava una parte di uomini a fondare una colonia, affidava a coloro che partivano una favilla di fuoco sacro perché potessero accendere il focolare della nuova città e in tal modo la colonia ricordasse di essere figlia della madrepatria.

Dioniso o Bacco




Dioniso, il dio della viricoltura, era figlio di Zeus e di Sèmele. Siccome era un dio molto chiassoso veniva chiamato anche Bacco, che in greco significa "clamore", da cui deriva la parola italiana baccano. I romani infatti adottarono Bacco per indicare appunto Dioniso. Sèmele, era la bellissima figlia di Cadmo, re di Tebe; Hera, gelosa, decise di farla morire: prese le sembianze della nutrice della giovane e insinuò nell'animo della fanciulla che Zeus non l'amasse e di metterlo alla prova. Il dio le si mostrava sempre sotto l'aspetto di un mortale, allora Sèmele chiese a Zeus di mostrarsi come dio per dimostrargli il suo amore; invano Zeus cercò di dissuaderla, spiegandole il pericolo a cui andava incontro. Sèmele insistette e quando Zeus le si mostrò in tutto il suo splendore e coi fulmini in mano la povera ragazza non poté resistere alla vampata di calore che Zeus emanava, con Sèmele sarebbe morto anche il piccolo che stava per nascere se non fosse stato per Zeus che gli fece schermo con l'egida e lo cucì nella sua coscia fino al momento della nascita. Compiuti i nove mesi, Zeus fece uscire il dio dalla coscia; lo affidò ad Hermes perché lo portasse dalle ninfe affinché lo nutrissero e allevassero. Il luogo dove fu portato Dioniso piccolo si chiamava Nisa, un posto che nessuno sapeva dove essere, una montagna adatta per nascondere un bambino dallo sguardo minaccioso di Hera; solo Hermes sapeva dove fosse e quando col bambino in braccio, entrò nella caverna delle ninfe, questa si illuminò di una luce abbagliante. Le ninfe a cui Zeus affidò Dioniso erano sette e si chiamavano Iadi, pare fossero sorellastre delle Pleiadi; erano buone e di animo gentile e Zeus per ricompensarle le mutò in una nuova costellazione nel firmamento. Divenuto grande, l'educazione di Dioniso fu seguita, oltre che dalle ninfe, da Ino, sorella di sua madre Sèmele e dal vecchio Sileno. Sileno era nato a Nisa ed era figlio di Hermes: era brutto e veniva raffigurato come un vecchio gioviale, ma con tutto il suo aspetto ridicolo era sapiente, pieno di buonsenso, bonario; da maestro poi divenne grande amico di Dioniso e non lo lasciò più. Il dio si appassionò presto alla caccia e amava spesso andare in giro per i boschi e le campagne; un giorno fece la sua scoperta più bella, la vite, o meglio un grappolo d'uva: lo prese, lo premette in una coppa d'oro e ne fece uscire un liquore color porpora, era nato il vino. Assaggiato, la prima impressione fu di un nuovo nettare che fa dimenticare la stanchezza e le pene, che dà un leggero senso di ebrezza e di euforia; lo fece assaggiare a tutti, le ninfe, Sileno, volle che lo bevessero i Satiri, gli Egipani, le Driadi e le Amadriadi e tutte le divinità del bosco. Da quel giorno presero vita numerose feste a base di vino, dove si faceva baldoria e il giovane Dioniso cominciò a dire cose che non avevano senso, insomma a delirare. Questo stato di ebrezza e delirio divenne regola e fu parte del culto di Dioniso. In onore di Dioniso si celebravano le solenni Feste Dionisiache due volte ogni anno: una volta in autunno, al tempo della vendemmia, la seconda volta in primavera. In queste feste, tra altri riti, si cantavano canzoni che raccontavano le gesta e le avventure del dio il ditirambo. I primi ditirambi erano rozzi e grossolani, poi vennero composti da veri poeti, con più senso artistico; dalla forma del ditirambo ebbe origine il dramma. Dioniso veniva raffigurato in due forme distinte: la più antica lo rappresentava in un aspetto maestoso e grave, con una lunga barba e con lunghi capelli, vestito con una tunica, sormontata da un mantello; la seconda forma invece, lo rappresentava in età giovane, con fattezze quasi femminili e con il volto pensoso, una corona di pampini e di edera circondava i suoi ricci capelli e con una pelle di pantera o di capriolo sui fianchi. Erano sacri a Dioniso tra i vegetali: la vite, l'edera, la quercia, tra gli animali: il toro, il caprone, la pantera, la tigre e la lince.

Hefèsto


Hefèsto, figlio di Zeus e Hera, che i romani identificarono con il loro Vulcano, era il dio del fuoco. Secondo una versione, sarebbe nato già zoppo e così deforme che la madre si vergognò di un figlio tanto brutto da scaraventarlo giù dall'Olimpo; rotolando, il dio sarebbe finito in mare, dove la nereide Teti e l'oceanina Eurinome l'avrebbero allevato in una grotta sottomarina. Secondo un'altra versione, forse più plausibile in quanto Hera veniva rappresentata come una madre premurosa e questo mito non le si addice proprio, Hefèsto sarebbe nato unicamente da Hera, gelosa del fatto che Zeus aveva dato alla luce da solo Atena; e fu Zeus a scaraventarlo giù dall'Olimpo irritato dal suo intromettersi tra i litigi del padre e della madre; rotolando giù fino ad arrivare all'isola di Lemno si sarebbe azzoppato nel toccar terra. Il dio zoppo, con l'aiuto di un misterioso nano che gli insegnò l'arte di lavorare i metalli, aprì un'officina di fabbro, utilizzando il fuoco del vulcano. Qui rimase nove anni. Tuttavia il dio desiderava tornare lassù sull'Olimpo tra gli altri dèi, e per soddisfare questo desiderio costruì un un magnifico trono d'oro finemente cesellato e lo mandò alla madre come dono. Appena Hera si sedette sul trono, fu afferrata da due braccia potenti di ferro che le impedivano di muoversi; nessuno riuscì a liberarla e allora Zeus mandò a chiamare Hefèsto che per liberare la madre dalle braccia del trono impose i suoi patti: egli doveva tornare sull'Olimpo, essere considerato al pari degli altri dèi e avere per moglie Afrodite; gli fu tutto concesso. Sull'Olimpo aprì un opificio, fabbricò lo scettro e il trono d'oro di Zeus; una meravigliosa collana per Armonia, figlia di Ares e Afrodite, come dono di nozze; due corazze d'oro per Ercole e una per Diomede; un'armatura completa con scudo per Achille; e un'altra per Enea; ad Apollo costruì un palazzo spendente, il Palazzo del Sole. L'arte di Hefèsto non si fermava qui, modellò statue a cui dava poi il movimento, la parola e la vita, per Zeus diede forma e vita a Pandora. Lavorava i metalli anche sulla terra, dove aprì altri laboratori; i principali erano a Lemno, dove aveva come aiutanti i Cabiri(dei demoni), e nell'immensa fucina sotterranea dell'Etna, dove aveva i Ciclopi come aiutanti e forgiava i fulmini di Zeus. Hefèsto veniva rappresentato come un uomo robusto dalle braccia muscolose, con la faccia barbuta, dai capelli scompigliati con sopra la testa un berretto di cuoio. La sua tunica da operaio era corta e senza maniche e lasciava la spalla destra scoperta. Nella mano destra reggeva un martello e nella sinistra la tenaglia.

Eros


Eros, l'amore, che i romani identificarono col loro Cupido, era figlio di Afrodite ed Ares, fratello di Anteros, colui che ricambia l'amore. Era rappresentato come un fanciullo di otto o nove anni, armato di arco e faretra colma di frecce. Spesso aveva gli occhi bendati, per indicare che l'amore è cieco e non vede i difetti della persona amata. Il suo potere era grandissimo: chiunque fosse colpito da una sua freccia diventava subito innamorato. Per dimostrare che nemmeno le belve potevano sottrarsi alle sue frecce, veniva spesso raffigurato su un carro tirato da leoni. Di solito, dietro le spalle di Eros, spuntavano due piccole ali. Gli erano sacri il gallo e il cigno.

Afrodite



Afrodite, la dea della bellezza e dell'amore, che i romani identificarono con Venere, era, secondo Omero, figlia di Zeus e della ninfa Dione; invece, secondo Esiodo, era nata in primavera dalla spuma del mare fecondata dai genitali di Urano che Cronos aveva scagliato in mare dopo la ribellione contro il padre. Afrodite, dal greco afros, la spuma, aveva anche l'appellativo di Urania, perché ancora figlia del Cielo. Appena emerse dalle onde, su una conchiglia di madreperla, Zefiro l'aveva spinta sulla riva dell'isola di Cipro, da qui gli appellativi di Anadiomene, l'emersa, e di Ciprigna. Appena la dea mosse i primi passi sulla spiaggia, i fiori sbocciarono sotto i suoi piedi, e subito le vennero incontro le Ore, le Cariti, Peito, la persuasione, Potos, il desiderio, Himeros, il la brama, per accoglierla, onorarla e servirla. La vestirono con un vestito bellissimo e una cintura, le misero boccole d'oro e di gemme alle orecchie, braccialetti ai polsi e una collana splendente al collo. Dal cielo arrivò un carro di gemme, tirato da due colombe, la dea vi salì e fu così assunta in Cielo. Zeus la diede in moglie ad Hefesto; ma la sua idea non fu delle più felici; non si può unire in matrimonio la dea più bella con il dio più brutto. Afrodite veniva rappresentata nel fiore della sua giovinezza, avvenente, graziosa, tutta ingioiellata e sorridente. Il suo volto era ovale, delicato e gentile; i suoi occhi grandi, tremuli, avevano uno sguardo soave e languido che ispiravano tanta dolcezza. Sopra il vestito portava una cintura magica, dove erano raccolti tutti i vezzi, le grazie, il sorriso che promette ogni gioia, i teneri dialoghi degli innamorati, i sospiri che persuadono e il silenzio espressivo. Erano sacri ad Afrodite: tra le piante, il mirto, la rosa, il melo, il papavero; tra gli animali, il passero, la lepre, il cigno, il delfino e soprattutto la colomba. Dalle sue varie unioni ebbe alcuni figli, dal troiano Anchise ebbe Enea; dal dio Dioniso ebbe Imene, il dio delle feste nuziali; da Ares ebbe due figli terribili, Eros, amore, e Anteros. I poeti greci raccontano che quando Afrodite ebbe Eros, si lamentò con la dea Temi perchè il figlio non crescesse; Temi le rispose che il bambino non sarebbe cresciuto finchè non avesse avuto un fratello. Allora Afrodite diede vita ad Anteros che significa "colui che ricambia l'amore"; così i poeti con questa graziosa leggenda hanno voluto dire che l'amore, per poter crescere, deve essere ricambiato.

Ares




Ares, era il tumultuoso dio della Guerra che i romani chiamarono Marte, era figlio di Hera e di Zeus. Era il dio che fomentava gli odi, per poter così provocare le guerre, stragi e distruzioni. Delle guerre gli interessava solo lo sterminio e le carneficine, quindi non si curava di sapere da quale parte fosse la ragione e il torto. Dotato di una grande forza e di un temerario coraggio, si buttava nella mischia allo sbaraglio; armato di una corazza di bronzo, con una lunga lancia capace di trapassare gli scudi più duri e resistenti; entrava sul campo di battaglia urlando e alzando una nube di polvere. Sul campo di battaglia lo seguivano la sorella Eris, la discordia, e i figli Deimos, lo spavento e Phobos, il terrore; dovunque passava, seminava la morte e la rovina. Un dio così ispirava poca devozione; anche tra gli dèi stessi non era molto amato. Ares era rappresentato come un giovane robusto, con spalle poderose, con un largo petto, sempre severo o accigliato in volto, con l'elmo sulla testa. Il Marte romano, invece, era un po' diverso da Ares, meno brutale e non così avido di strage e sangue. Marte era un dio benevolo, che difendeva gli uomini da ogni danno. A sottolineare la differenza tra Ares greco e il Marte romano, basta osservare che la celebre statua di Marte, la cosiddetta statua della Villa Lodovisi, lo rappresenta seduto, in atteggiamento pacato e ai suoi piedi c'è un fanciullo.

Artemide, Orione e le Pleiadi


Orione era un bel giovane, alto, grosso, robusto e un itrepido cacciatore come Artemide; suo padre era il re di Hirieo, una città della Beozia. Orione aveva avuto una vita burrascosa, ricca di imprese venatorie e di amori, il più noto dei quali quello con Eos, la dea dell'aurora, che arrossisce ogni giorno al ricordo dell'episodio; successivamente Orione divenne compagno di Artemide nella caccia, la dea però se ne innamorò e voleva a sposarlo a tutti i costi. La cosa non piacque ad Apollo che forse per gelosia non voleva che sua sorella sposasse un umile mortale solo per quella colossale corporatura. Cercò in tutti i modi di distogliere la sorella da quell'amore, e quando capì che non ci sarebbe riuscito pensò a qualche altro mezzo per impedire l'unione. Un giorno vide Orione che scendeva in mare per allenarsi nel nuoto, quando si allontanò al punto da diventare solo un puntolino nero all'orizzonte in quel momento arrivò Artemide; conversando con la sorella finse di mettere in dubbio la sua bravura con l'arco e sfidò Artemide: la dea prese una freccia e colpì il bersaglio, quel puntolino nero che Apollo aveva proposto. Quando la corrente marina portò a riva il corpo di Orione trafitto alla tempia con una freccia d'argento, Artemide pianse, pianse tanto dal dolore che nulla la poteva consolare; allora Zeus cambiò Orione in una costellazione.


Un'altra versione racconta invece che Artemide si sdegnò con Orione perchè egli aveva inseguito le Pleiadi, di cui si era innamorato. La dea allora mandò contro Orione uno scorpione che lo punse a morte, per questo servizio reso ad Artemide lo scorpione fu tramutato in costellazione; stessa sorte toccò ad Orione e alle Pleiadi.


Le Pleiadi, nate sul monte Cillene, sono sette sorelle, figlie di Atlante e di Pleione. Secondo un'altra versione sono figlie di una regina delle Amazzoni.
I loro nomi erano:
Alcione.
Celeno
, sposò Poseidone e fu da lui resa madre di Lico, Nicteo, Euripilo e, forse, Tritone. Secondo alcune leggende era anche la madre di Deucalione, avuto da Prometeo.
Elettra, Dall'amore con Zeus nacquero Dardano, il capostipite della dinastia di Troia; Iasione e forse Armonia, la sposa di Cadmo, re di Tebe.
Maia, Dalla sua unione con Giove nacque Mercurio. Si dice che Maia, simbolo della primavera o della fertile stagione delle piogge (qualcuno afferma che il mese di maggio, in latino Maius, derivi proprio da questo nome) fosse la più bella delle Pleiadi.
Merope.
Sterope.
Taigete.

Si dice di Merope che brilla in cielo meno delle sue sorelle perché è l'unica ad aver sposato un mortale.

Apollo, il serpente Pitone e l'oracolo di Delfi


Apollo aveva un conto da regolare con il serpente Pitone che aveva perseguitato tanto
crudelmente sua madre Leto, prima della sua nascita, costringendola a scappare per tante terre.
Quando divenne un giovane bello e forte, partì dall'isola natale e si diresse ai piedi del monte Parnaso, dove in un'orrida caverna c'era il mostruoso serpente; si affacciò alla grotta lanciando al suo interno una torcia accesa e fumante, che avrebbe costretto il serpente a venir fuori. Pitone infatti uscì, Apollo tese l'arco e gli lanciò addosso un'infinità di frecce, che uccisero finalmente Pitone. La caverna del serpente Pitone, divenne un oracolo, il più famoso oracolo di tutto il mondo antico, l'oracolo di Delfi. In questa grotta, da crepe nel terreno, uscivano vapori eccitanti che inebriavano la sacerdotessa, Pizia, che assisa su un tripode pronunciava le parole sconnesse e oscure, che un profeta interpretava.

La caduta di Fetonte

Apollo aveva amato la ninfa Climene e da lei aveva avuto un figlio, Fetonte. Gli amici di Fetonte iniziarono a prenderlo in giro e sbeffeggiarlo perché il giovane sosteneva di essere il figlio del dio del Sole ed essi non ci credevano. Fetonte, mortificato di questa cosa, un giorno andò dal padre per supplicarlo di fargli portare per un giorno il carro del Sole, così avrebbe potuto dimostrare le sue origini. Apollo cercò in tutti i modi di distoglierlo da questa pazzia ma Fetonte tanto fece che alla fine convinse il padre; salì sul carro e partì. Una volta sul carro però, il giovane ebbe paura quando vide il vuoto sotto i suoi piedi; allora il carro impazzì, saliva troppo in cielo o si avvicinava troppo alla terra, bruciando tutto; Zeus allora ebbe pietà degli uomini e per salvarli mandò una folgore su Fetonte che morì e precipitò nel fiume Eridano, che oggi si chiama Po. Mentre i cavalli ritornavano da soli alla stalla, le Heliadi, sorelle di Fetonte, piangevano la sua morte e Zeus impietosito di quel dolore, le tramutò in pioppi e le loro lacrime divennero gocce d'ambra; questi pioppi ancora oggi sono lungo le rive del Po.

Giacinto e Apollo


Giancinto era figlio di Amicla e di Diomeda, era un giovane bellissimo; Apollo ammirando tanta armonia di forme, volle instaurare con lui una fervida amicizia. I due amici si trovavano spesso sulle rive del fiume Eurota e si esercitavano al lancio del disco. Anche Zefiro, il dio del vento di primavera, era amico di Apollo e indignato della preferenza del dio per Giacinto, quando Apollo lanciò il disco con suo soffio ne deviò il lancio e lo spinse contro la testa di Giacinto: il colpo fu talmente forte che il giovane cadde a terra morto; dal sangue della ferita Apollo fece nascere il fiore che porta tuttora il suo nome, il giacinto.

Dafne e Apollo

Un giorno che Apollo si trovava a passare sulle rive del fiume Peneo, scorse una giovane e bellissima fanciulla dai lunghi capelli che le scendevano sulle spalle, era Dafne, la figlia del dio del fiume Peleo. La timida fanciulla, che amava solo cacciare le fiere, sdegnava il matrimonio e non voleva sentir parlare di uomini e amore. Apollo appena la vide se ne innamorò e subito, preso da un'irruenta passione, le si avvicinò per manifestare il suo ardente amore. Appena Dafne vide quel bel ragazzo di Apollo avvicinarsi, arrossì, e scappò. Correva, correva Dafne, inseguita da Apollo che la chiamava dolcemente, ma lei non si fermava; la giovane spaventata accelerava la corsa coi suoi piedi così leggeri che appena toccavano il suolo, con accenti pietosi, implorava aiuto. La dea Gea, la Madre Terra, ne ebbe pietà e la trasformò in una pianta d'alloro. Apollo, abbracciò il fusto della pianta, tutto quel che rimaneva della bella donna, e sotto la scorza sentì palpitare ancora il cuore di Dafne. Promise che quella pianta sarebbe divenuta a lui cara e che avrebbe incoronato i più valorosi guerrieri e i più ispirati poeti.

Hermes


Hermes, che i romani identificarono con il dio Mercurio, aveva come padre Zeus e per madre Maia, la primogenita e più bella delle Pleiadi. Secondo alcuni, Hermes, veniva considerato come la personificazione del vento, e del vento aveva: la leggerezza, la velocità, l'incostanza nei propositi, l'umore scherzoso. Hermes nacque in una grotta scavata nel monte Cillene, la più alta cima del Peloponneso, sul confine tra l'Arcadia e l'Acaia: da qui provenne l'appellativo del dio come Cillenio. Appena nato, si liberò da sé delle fasce e uscì dalla caverna. Trovò una tartaruga, la raccolse e tolse l'animale dal guscio e sulla cavità di questo tese sette corde, fabbricando cosi la cetra. Era, come il vento, un dio dispettoso; appena nato, rubò cinquanta capi di bestiame di Apollo, poi per non lasciare tracce degli zoccoli, trasse i buoi per la coda, facendoli camminare a ritroso; nascose poi il bestiame nella grotta nativa di Cillene, si mise tranquillamente nella culla e ritornò a dormire. Apollo, che era il dio dei vaticini e degli oracoli, seppe subito chi aveva rubato i buoi e si recò da Hermes, che cadeva dalle nuvole e negava il furto dei buoi. In effetti, un bambino nato da un giorno come può rubare un capo di bestiame? Apollo a udire quel bambino malizioso che sapeva abilmente dire bugie, promise di punirlo, ma Hermes, non curante si mise a suonare la cetra; il suono di quel nuovo strumento affascinò subito Apollo, che non per niente era il dio della musica; il dio pregò Hermes affinché gli donasse la cetra in cambio gli avrebbe lasciato il bestiame. Così fu e da quel giorno i due dèi divennero grandi amici, tanto che Apollo regalò ad Hermes una verga magica, intorno alla quale vennero intrecciati due serpenti d'oro. Questa verga fu il principale attributo di Hermes e venne chiamata cadùceo.

Appunto perché rapido come il vento, Zeus fece di Hermes l'araldo e il messaggero degli dèi; non un semplice nunzio delle divinità come Iris, ma un messaggero assai più importante. Egli riceveva da Zeus e dagli altri dèi le missioni più delicate e aveva la libertà di trattarle a modo suo, poiché gli dèi avevano molta fiducia nella furberia e nell'abilità e prudenza con cui portava a termine l'incarico. Tra le tante mansioni, fu mandato a liberare Ares, quando cadde prigioniero di Oto e di Efialte; a persuadere Hades di restituire per qualche tempo Persefone alla madre Demetra; a condurre Hera, Afrodite e Atena sul monte Ida, al giudizio di Paride; a guidare il re Priamo alla tenda di Achille, per riavere il cadavere del figlio Ettore; a proteggere Ulisse contro i raggiri di Circe. Come messaggero degli dèi, era anche il dio dei sogni, in quanto il sogno era considerato come un messaggio di Zeus; chiudeva gli occhi dei mortali toccandoli con la sua magica verga. Accompagnava le ombre dei morti nell'Erebo, e perciò era chiamato Psicopompos, "il conduttore delle anime". In quanto araldo, Hermes doveva parlare bene, saper convincere la gente a cui si rivolgeva, per questo era anche il dio dell'eloquenza abile, sottile, persuasiva. Era sempre in viaggio per il mondo, considerato il protettore dei viaggiatori e della sicurezza delle strade; nei punti più pericolosi e dove una via biforcava, veniva in suo onore innalzata un'Erma, come dal suo nome, una pietra quadrangolare sormontata dalla testa del dio. Fu venerato anche come dio dei commerci, dei traffici e dei guadagni. Per la prontezza dell'ingegno, si attribuiscono ad Hermes molte invenzioni: l'alfabeto, i numeri, la musica, l'astronomia, gli esercizi ginnici, i pesi e le misure. Alcuni attribuiscono ad Hermes la paternità di Pan, secondo altri invece spetterebbe a Zeus. Hermes veniva rappresentato come un giovane vigoroso e snello, dalla fisionomia intelligente e benevola. Ai piedi portava i talari, i calzari alati del dio; in testa aveva un cappello da viaggio a larga tesa, detto pètaso, al quale in seguito vennero aggiunte due ali, in mano aveva il cadùceo.

Artemide o Diana



Artemide, per i romani Diana, era la sorella gemella di Apollo, nata sull'isola di Delo dall'amore di Zeus e Leto. Aveva molte cose in comune col fratello, ad esempio come le morti improvvise degli uomini erano attribuite ad Apollo, quelle della donne erano attribuite ad Artemide. Era la divinità della Luna, e come Apollo era diventata dea della Luna soltanto quando il suo mito si era confuso e identificato con quello di Selene, che più anticamente era stata la divinità di questo astro. Selene, che i romani chiamavano appunto Luna, era figlia del Titano Iperione e di Thea, e perciò sorella di Helios: come il fratello, percorreva il cielo sopra un carro; ma il carro di Selene era tirato da mucche bianche.

Artemide, come dea della Luna e signora della notte, veniva spesso invocata anche con il nome di Ecate, confondendola con l'antica divinità della stirpe dei Titani. Rischiarando di notte le strade col lume di luna, era considerata la protettrice dei viandanti e la loro guida, specialmente nei boschi. I boschi però, nelle notti di luna, si popolano di animali: lepri, cervi, daini e tutti gli atri animali di bosco; per questo Artemide era anche la dea della caccia, accompagnata dalle ninfe del boschi, le Driadi, e seguita da cani, percorreva le selve, con una veste corta, l'arco e la faretra. Caccia le fiere ma le ama e le protegge. Amando troppo i boschi, la caccia e la vita libera all'aperto, Artemide non avrebbe potuto assoggettarsi al legame matrimoniale; come Atena disdegna il matrimonio e gli omaggi degli uomini e degli dèi. Si racconta però, che una volta Artemide si era innamorata di un pastore bellissimo, Endimione, che pascolava le greggi sul monte Latmo: ella scendeva ogni notte nella caverna dove il pastore dormiva, per sorvegliarlo e le bastava guardalo e stargli vicino in silenzio. Artemide era rappresentata come una giovane dal viso delicato e bellissimo, con l'arco e la faretra e con la veste corta; per la sua qualità di dea della Luna aveva sul capo una corona di stelle o, più spesso, una falce di luna. Le erano sacri tra gli animali, la cerva, il cane, il cinghiale e il lupo; tra le piante, l'alloro, il cedro e l'olivo.


In Tauride si adorava un'Artemide Tauria, che nei tempi antichi pretendeva sacrifici umani. Basti ricordare Agamennone che dovette sacrificare a questa dea sua figlia Ifigenia, perché la sua flotta potesse partire per la Troade.

Apollo


Apollo era il fratello gemello di Artemide, la Luna, e nacque sull'isola Asteria, poi chiamata in suo onore Delo, dall'amore di Zeus e Leto(Latona).Dio splendente della luce, il Sole. Spesso fu identificato con Helios, da Euripide in poi. I poeti più antichi, invece, facevano una netta distinzione tra i due: Apollo, dio della salute, della poesia e del canto ed Helios, la sola divinità solare. Helios, era figlio di Iperione e Thea, fratello perciò di Selene, la Luna. Ogni mattina sale ad oriente su dalle acque del fiume Oceano, per condurre nel cielo il carro del Sole, tirato da quattro cavalli che gettano fuoco dalle narici; poi percorso tutto il cielo scende ad occidente, a bagnarsi ancora nel fiume Oceano. Durante la notte con una bacchetta d'oro si fa riportare ad oriente, per riposare nel suo palazzo. Helios ebbe due figli, Fetonte e Eete, il re della Colchide, e parecchie figlie, Circe, Merope, Faetusa e Pasifae, che vennero chiamate le Heliadi.
Come dio del Sole, Apollo portava sulla Terra la primavera, facendo sbocciare i fiori, poi con l'arrivo dell'estate, coi suoi raggi potenti faceva appassire e morire ciò che aveva creato in primavera. Era il dio che doveva annunciare agli uomini la volontà di Zeus, per questo era il dio dei vaticini, degli oracoli; famoso l'oracolo in suo onore, Delfi. Come dio della salute aveva anche il potere contrario, quello di mandare mali a coloro che voleva punire. Tutte le morti improvvise erano da reputare alle sue frecce letali; è lanciando col suo arco d'argento che Apollo, irritato per l'ingiusto oltraggio fatto al suo sacerdote Crise, diffuse la peste nel campo greco come è descritto nell'Iliade. Apollo, dio del sole e della luce, della salute, dei vaticini è anche e specialmente il dio del canto, della musica e della poesia. Non per nulla, nascendo, le prime parole che Apollo pronunciò richiesero che gli si desse un cetra. La dimora preferita di Apollo non era l'Olimpo, ma il Parnaso, ai piedi del quale era il suo principale oracolo, Delfi. Qui Apollo amava riposare e suonare la lira, circondato dalle Muse, sue ancelle, che danzavano e cantavano in coro. Veniva raffigurato giovane, senza barba come un adolescente, con una lunga chioma; il suo volto era sereno e dolce; la fronte era incoronata da mirto e alloro, in mano portava la cetra. Oltre la cetra, altri suoi attributi erano, l'arco, le frecce, la faretra, il cigno, lo sparviero, il lupo e la cicala.

Leto o Latona e la nascita di Apollo e Artemide.


Tra i tanti amori di Zeus, c'è da aggiungere quello per Leto, che i romani chiamarono Latona. Non era una martola e nemmeno una semplice ninfa, Lero apparteneva all'antica e nobile stirpe dei Titani; suo padre era Ceo e sua madre Febe, e aveva come sorelle Rhea e Temi. Come simbolo stava a significare la notte ed era naturale che Zeus, il cielo si innamorasse di lei e che dalla loro unione nascessero il Sole e la Luna: Apollo e Artemide. La gelosa Hera prese a perseguitare Lero, che era una divinità mite, timida e incapace di difendersi da sola. Hera le aizzò contro il serpente Pitone e si fece promettere dalla Terra che non avrebbe dato mai all'infelice donna un sicuro rifugio. Così Leto trovò a girare mari e monti, percorrendo tanti paesi, ma non c'era pezzetto di terra su cui poter riposare. Zeus ne ebbe pietà e venne in soccorso. Zeus pensò all'isola di Asteria, una delle Cicladi, un'isola che come una nave fluttuava per i mari senza avere una dimora fissa: un tempo Asteria era una dea, figlia di Ceo e Febe, quindi sorella di Leto, ma per aver rifiutato l'amore di Zeus fu tramutata in quaglia che una volta precipitata in mare divenne un'isola, difatti si chiama anche Ortigia, che significa "isola della quaglia". In quest'isola Zeus mandò Leto, e Asteria non poté rifiutarsi di proteggere la sorella. Qui Leto diede alla luce due gemelli: Apollo e Artemide. Da quel momento Zeus o, secondo altri, Poseidone fisso l'isola al fondo del mare e l'isola non si mosse più; in onore della nascita del dio del Sole, Apollo, l'isola venne chiamata Delo, che in greco significa "la chiara, la luminosa".

Le Arpie


Le Arpie, figlie di Taumante e della ninfa oceanina Elettra, le dee delle procelle rapaci e della fame, che rubavano e insozzavano i cibi delle persone che prendevano a perseguitare. Ciascuna rappresentava un diverso aspetto della tempesta. Tra le Arpie vengono nominate: Podarge spesso chiamata Celeno, dai piedi veloci; Aello e Ocipete. Erano rappresentate come grossi uccelli con visi da donna. Gli Argonauti le cacciarono dalla Tracia ed esse fuggirono nelle isole Strofadi, dove le trovò Enea durante il viaggio dalla Troade verso l'Italia.

Morfeo


Per Esiodo, i sogni, erano figli della Notte. L'idea di una divinità specifica dei sogni chiamata Morfeo è più tarda e viene generalmente attribuita ad Ovidio, che nelle sue Metamorfosi diede un nome ai tre figli di Ipno, il sonno: Morfeo, Phobetor (Fobetore) e Phantasos(Fantaso). Per altri era figlio dell'Erebo e della Notte come Tànato e Ipno. Nell'Iliade e nell'Odissea, infatti, troviamo invece un'altra divinità, Oniro, che riassume in sé la caratteristiche di tutte le altre. Morfeo, nelle sue apparizioni notturne, prendeva le forme delle persone o delle cose sognate. Egli quando inviava sogni popolati da forme umane portava sempre con sé un mazzo di papaveri con cui, sfiorando le palpebre dei dormienti, donava loro realistiche illusioni. Gli altri due quelli con animali (Fobetore) e paesaggi, case, oggetti inanimati (Fantaso). Spesso era rappresentato nell'atto di abbracciare il padre, Sonno, circondati dagli spiriti dell'immaginazione.
Morfeo era raffigurato con grandi ali che battevano senza far rumore. Il suo messaggero era il veloce ed alato Hermes, tramite tra il suo Signore e i viandanti.

Thanatos e Hypnos

Thanatos o Tànato e Hypnos o Ipno, erano i figli gemelli della Notte e dell'Erebo.

Tànato, che i romani chiamavano Mors, rappresentava la morte, era inaccessibile a ogni sentimento di pietà: veniva rappresentato come un uomo barbuto e alato, con una veste nera, con in mano la scure dei sacrifici, di cui si serviva per recidere un ricciolo al morente. Tuttavia due strane leggende di origine popolare narrano che il terribile Tànato fu costretto a cedere il corpo di Alcèsti ad Ercole e anche in un'altra occasione venne incatenato da Sisifo. Dal suo nome deriva la tanatofobia, la paura della morte.



Ipno, che i romani chiamavano Somnus, era la personificazione del sonno, giovava agli uomini, apportando loro il dolce riposo e l'oblio degli affanni. Ipno, secondo Omero dimorava a Lemno. Nel canto XIV dell'Iliade Hera lo prega di addormentare Zeus, affinché Poseidone possa portare aiuto ai Greci senza che il dio lo venga a sapere. Ebbe numerosi figli, dei quali i principali sono Morfeo, Icelo, Fobetore e Fantaso. Fu Ipno a dare ad Endimione la facoltà di dormire ad occhi aperti. Viene raffigurato come un giovane nudo con le ali sul capo.

Hèracle o Ercole: La nascita


Un giorno Zeus, vedendo gli uomini afflitti da troppi malanni e per i troppi mostri, decise di mettere al mondo un eroe, forte e coraggioso che potesse salvaguardare il genere umano. Come madre di questo eroe scelse Alcmena "la forte", che sorpassava tutte le donne di allora per la bellezza del volto e per la robusta sanità del corpo. Era sposata con il re di Tirinto, Anfitrione, figlio di Alceo e nipote perciò di Pèrseo. Zeus dovette andare fino a Tebe per vedere la bella Alcmena, in esilio con marito nella città perché bandito da suo regno: approfittò di un momento di assenza del marito della donna, che era partito per la guerra; prendendo le sembianze di Anfitrione ingannò tutti, anche Alcmena, che credendo che il marito fosse tornato dalla guerra lo accolse come una moglie affettuosa può accogliere il coniuge. Da quell'unione nacque Hèracle che i romani chiamavano Ercole.



Hera, prese ad odiare il piccolo Ercole prima ancora che nascesse. Zeus, sapendo che Alcmena era vicina al momento del parto, aveva giurato che il primo discendente della stirpe di Pèrseo avrebbe dominato l'Argolide e avrebbe avuto come suoi servi tutti gli altri Perseidi. Hera, che era la protettrice dei parti, fece in modo di ritardare di due mesi la nascita di Ercole, e affrettò quella di Euristeo, figlio di Stenelo, figlio di Pèrseo. In questo modo Euristeo divenne il signore dell'Argolide e Ercole dovette servirlo. Hera non si arrese, appena nacque Ercole, mandò nella culla del piccolo dei serpenti per avvinghiarlo in modo da ucciderlo; ma già appena nato il futuro eroe dimostrò il suo coraggio non spaventandosi dei serpenti anzi li prese in mano e strinse tanto da ucciderli.