Le fatiche di Ercole:il cinghiale di Erimanto e la cerva dai piedi di rame


La terza fatica che Euristeo comandò ad Ercole fu quella di portargli un terribile cinghiale che aveva il suo covo sulle pendici del monte Erimanto e devastava le fertili campagne dell'Arcadia. Quando Ercole arrivò sul posto, frugò in tutti gli anfratti del monte, si calò nei burroni, esplorò cespuglio per cespuglio e finalmente scovato il cinghiale lo inseguì fino sulle cime nevose, quando il cinghiale incominciò a stancarsi riuscì a catturarlo, lo legò per le zampe e se lo gettò sulle spalle robuste mettendosi in cammino per tornare a Tirinto. Nonostante le fatiche comandategli da Euristeo, Ercole aveva anche il tempo e la forza per altre imprese; tornando a Tirinto sgominò una banda di centauri che lo avevano assalito. Ercole li inseguì fino al loro rifugio, dove abitavano con il centauro Chirone, che fu suo maestro; nella foga dell'inseguimento, durante il quale scagliava frecce contro i centauri, colpì Chirone con una di queste e siccome erano frecce velenose, il povero Chirone morì.

La quarta fatica di Ercole fu quella della cerva che viveva sulle pendici del monte Cerinea, tra l'Arcadia e l'Acaia. Questa cerva aveva le corna d'oro e i piedi di rame, ed era sacra alla dea Artemide. Veloce e infaticabile, nessuno era riuscito mai a raggiungerla. Ercole ci provò. La caccia durò un anno, Ercole non si arrendeva alla velocità della cerva, anzi anche se la distanza tra loro era sempre enorme, lui imperterrito la inseguiva; la cerva lo portò ad esplorare, monti, boschi, campi , fiumi, posti desolati, sino al paese degli Iperborei, dove il mondo finisce. Qui la cerva iniziò a vacillare e vedendo che non c'era più terra tornò indietro, mentre lei era stanca, Ercole invece era ancora fresco e cominciò a raddoppiare i passi e la raggiunse, l'afferrò per le corna e se la caricò a spalla, portandola ad Euristeo.

Le fatiche di Ercole: il leone nemeo e l'idra di Lerna

Nell'Argolide c'era una valle chiamata Nemea dove viveva un mostruoso leone, nato da Tifone e dal Echidna, che devastava paesi, uccideva animale e uomini, di cui tutti gli uomini avevano paura. Questo leone era invulnerabile, nessuna arma era capace di scalfire la sua durissima pelle. Euristeo comandò ad Ercole che gli portasse la pelle di questo leone. Ercole affrontò il leone solo con la sua clava e il suo coraggio; il leone vedendo quell'uomo avanzare tanto audacemente si intimorì e si diede alla fuga. Ercole lo inseguì e lo spinse dentro una caverna senza uscita, lo stordì con la clava e lo squartò. Quando portò la pelle del leone ad Euristeo, non sapendo cosa farne la regalò a Ercole al quale invece fu molto utile, indossandola lo rese quasi invulnerabile come il leone.


Euristeo gli ordinò uccidere l'idra di Lerna. Lerna era una palude pestifera a sud di Argo. L'aria del luogo era talmente pestifera da uccidere tutti gli uccelli in volo, la causa di quest'aria tanto velenosa era il fiato di un drago immane e terribile che viveva tra il fango della palude; i pastori e contadini della zona chiamavano il drago Idra, e dicevano che il mostro avesse nove teste, nove bocche fameliche e diciotto occhi di fiamma; quando usciva dalla tana, devastava tutto e divorava greggi e mandrie. Ercole si recò a Lerna con il suo fedele compagno Iolao. Per far uscire dalla tana l'idra lanciò delle frecce, appena questa sbucò fuori con la sua clava riuscì ad abbattere due o tre teste, si accorse però che dal sangue delle teste abbattute nascevano due teste nuove. Ordinò allora a Iolao, di appiccare il fuoco a un gruppo di alberi e di bruciare le teste nuove che sbucavano con un tizzone ardente. In tal modo Ercole ebbe partita vinta. Prima di andarsene, intinse le sue frecce nel sangue delle ferite dell'idra e le frecce diventarono subito velenose.

Ercole:L'adolescenza

Cresciuto nella casa di Anfitrione, Ercole ebbe l'educazione di un principe, suoi maestri furono: Lino, nipote di Apollo e fratello di Orfeo, che gli insegnò la musica e l'uso degli strumenti musicali; Eumolpo, il canto; il centauro Chirone, l'astronomia e la medicina; Eurito, il tiro con l'arco; Autolico, la lotta; Càstore, l'esercizio delle armi; Radamanto, il diritto. Ercole aveva un temperamento piuttosto irascibile e non sapeva dominare i propri impulsi, una volta durante una lezione di musica Lino lo riprese e Ercole gli scagliò la cetra contro che gli colpì la testa e lo uccise. Per punizione, il re di Tebe, Creonte, lo mandò a badare buoi e pecore sul monte Citerone. Qui Ercole si irrobustì ancora di più e tanto era forte che un giorno uccise un grosso bue e se lo divorò tutto. Di questo periodo è l'episodio di Ercole al bivio: un giorno stava seduto solitario a pensare al suo futuro e alla strada da prendere, si presentarono due donne, la Mollezza, che gli offrì una via agevole, piena di piaceri; e la Virtù, che gli offrì una via faticosa che conduceva alla gloria. Il giovane scelse la via proposta dalla Virtù. All'età di diciotto anni uccise un terribile leone che devastava il paese e di cui tutti avevano paura. Un giorno, mentre tornava da una caccia, si scontrò con certi araldi del re Ergino, il re di Orcomeno, che mandava i suoi araldi a Tebe a riscuotere un tributo di cento buoi dovutogli dal re Creonte. Siccome era una pretesa ingiusta e gli araldi erano violenti, Ercole perse la pazienza e tagliò loro naso e orecchie e li rimandò al loro re legati. Il re mandò contro Ercole un intero esercito, che fu totalmente distrutto. Creonte per ringraziare Ercole dell'aiuto, gli diede in sposa sua figlia Megara.
Da Megara ebbe molti figli, senonché Hera, invidiosa della felicità di quella famiglia ricominciò ad odiare Ercole e gli tolse il senno: un giorno prese a percuotere moglie e figli fino ad ucciderli. Quando rinsavì sparse lacrime amare, pentito e umiliato andò a Delfi per interrogare l'oracolo, il dio gli ordinò di mettersi al servizio, per dodici anni, di suo cugino Euristeo, re di Tirinto. Euristeo, però non era ben contento di avere a suo servizio un uomo così pericoloso e tentò in tutti i modi di disfarsi di Ercole, imponendogli alcune imprese tra le più pericolose con la speranza che trovasse la morte. Queste furono le famose dodici fatiche di Ercole.




Licurgo, Penteo e le Minèidi

Quando Dioniso scoprì il vino e i suoi effetti, decise di farlo conoscere a tutti gli uomini e con il suo corteo di ninfe, satiri, egipani e baccanti, chiamato Thiasos, intraprese un lungo viaggio intorno al mondo. Andò prima in Egitto, poi nella Siria; attraversò l'Asia, si spinse fino in India; nel viaggio di ritorno passò per la Frigia, la Tracia, in Beozia, in Argolide, nell'isola di Chio e finalmente nell'isola di Nasso, la più grande delle Cicladi. Quando Bacco giunse in Tracia il frastuono del suo culto con balli, canti e suoni di tamburi, arrivò alle orecchie del re del paese Licurgo; dubitando che si trattasse del rito bacchico si recò sul posto e nascondendosi vide le Menadi e i Satiri agitarsi follemente, li circondò e cominciò a lanciare frecce. Solo Bacco riuscì a scamparla gettandosi in mare, dove Teti lo accolse amichevolmente, gli altri furono fatti tutti prigionieri. La punizione non si fece aspettare; Licurgo impazzì e siccome per sfogare la sua rabbia stroncava tutte le viti che incontrava con un colpo di scure ammazzò il suo stesso figlio, scambiandolo per un ceppo. Tanta era la forza che la scure ricadde sui suoi piedi e lo ferì, alle sue urla di dolore le catene che tenevano legate i Satiri e le Menadi si sciolsero, e tutti si scagliarono contro Licurgo facendolo a pezzi.




Una sorte simile toccò a Penteo, re di Tebe e cugino di Bacco. Quando Dioniso si recò in Beozia, dove appunto regnava Penteo, non fu accolto molto bene dal cugino che per legami di parentela avrebbe dovuto ben favorire l'iniziazione al vino agli abitanti della città. Il re si irritò quando vide gli abitanti di Tebe, soprattutto le donne, abbandonare i proprio lavori per unirsi alle danze e festeggiamenti delle Menadi, correre con le fiaccole accese sui monti, nel pieno del delirio del baccanale; la stessa madre di Penteo si unì alle Menadi e il re per punire i suoi sudditi incatenò e fece prigioniero Bacco. Il dio scollò le spalle e le catene caddero, contemporaneamente la folgore di Zeus, per punire il sacrilegio, incendiò la reggia di Penteo il quale, invece di chinarsi umilmente, si irritò ancora di più. Si recò nei luoghi del baccanale, rabbioso e ostinato, nel delirio le donne tra cui sua madre e le Menadi, si scagliarono su di lui e lo uccisero, poi le sue sorelle Ino e Autonoe lo squartarono.



Sempre in Beozia a Orcomeno c'erano tre sorelle, Alcatoe, Leucippe e Arsippe, le tre figlie del re Minia, dette perciò Minèidi. Mentre tutto il popolo prendeva parte ai riti di Bacco, le tre fanciulle osarono sfidare il dio rimanendo ai propri telai, indifferenti ai festeggiamenti. Bacco allora, si trasformò in fanciulla e andò dalle tre sorelle a consigliare loro di partecipare alla festa; le tre non solo si rifiutarono ma parlarono anche male del dio, il quale per punirle prima si trasformò in toro, poi in leone e infine in pantera. Le tre sorelle dallo spavento impazzirono e Hermes le tramutò una in pipistrella, la seconda in civetta e la terza in gufo.

Egipani e Satiri


Gli Egipani, figli di Pan e della ninfa Ega, e i Satiri, figli di Dioniso e della naiade Nicea, gli uni e gli altri mostri cornuti, con la testa umana coperta da pelo e col corpo e la coda di caprine; erano divinità rusticane che abitavano le grotte e i boschi. Erano esseri lascivi, spesso dediti al vino, a danzare con le ninfe ed a suonare il flauto. Facevano parte della numerosa corte del dio Bacco, insieme alle ninfe e alle baccanti. Il più famoso Satiro è Marsia a cui è attribuito un mito:La dea Pallade Atena, aveva inventato il flauto, ma un giorno rendendosi conto che suonandolo il suo viso diventava buffo e altre dee presero a deriderla, lo gettò nel bosco. Nei boschi abitavano i Satiri, divinità della natura metà caproni e metà uomini, che stavano al seguito del dio Dioniso; tra questi c'era Marsia che un giorno vide il flauto e lo raccolse: non era un flauto normale, in quando di una dea produceva un bellissimo e armonioso suono. Marsia, credendosi inarrivabile, sfidò la cetra di Apollo. Chi avrebbe perso sarebbe stato alla mercè del vincitore; arbitro della gara furono le Muse le quali si pronunciarono a favore di Apollo. Il dio della musica per punire la presunzione del satiro, lo appese a un ramo e lo scorticò vivo.

Le gare di Apollo


Sappiamo che il dio Pan suonava la siringa pastorale, da lui inventata, una specie di zufolo con sette canne; un giorno volle sfidare Apollo che suonava divinamente la lira, ma si trattava di una gara amichevole, Pan sapeva bene di non poter competere con il suono della lira del dio della musica. Come arbitro della gara scelsero il re Mida. Questo re Mida, era figlio di Gordio, re della Frigia, era molto ricco ma come molti ricchi, avido di ricchezze. Si racconta che, una volta, avendo trattato bene i compagni di Dioniso, il dio volle fargli un regalo lasciandolo scegliere. Mida chiese che tutto quello che toccava diventasse oro; fu accontentato ma il dono alla fine divenne una punizione in quanto anche tutto ciò che portava alla bocca, come cibo e vino si trasformava in oro. Il re pregò Dioniso di riprendersi il suo dono, il dio gli consigliò di fare un bagno nel fiume Pàttolo, il re seguì il consiglio e fu salvo; da quel giorno le acque del fiume trasportano pagliuzze d'oro. Ma torniamo alla gara tra Pan e Apollo; il re Mida ignorante in musica scelse come vincitore Pan e allora Apollo lo punì trasformando le sue orecchie in orecchie d'asino. Il re tentò di coprire le orrende orecchie sotto un cappello ma il suo barbiere le vide per tagliargli i capelli e Mida gli fece promettere di tacere pena la morte. Questo segreto pesava troppo al barbiere che per liberarsene un giorno scavò una buca in terra e confidò al buco il terribile segreto:"Il re Mida ha le orecchie d'asino". Poi ricoprì il buco con la terra sulla quale crebbero delle canne e quando il vento le muoveva, queste ripetevano le parole che il barbiere aveva confidato alla terra, così tutti seppero delle orecchie del re Mida.
La dea Pallade Atena, aveva inventato il flauto, ma un giorno rendendosi conto che suonandolo il suo viso diventava buffo e altre dee presero a deriderla, lo gettò nel bosco. Nei boschi abitavano i Satiri, divinità della natura metà caproni e metà uomini, che stavano al seguito del dio Dioniso; tra questi c'era Marsia che un giorno vide il flauto e lo raccolse: non era un flauto normale, in quando di una dea produceva un bellissimo e armonioso suono. Marsia, credendosi inarrivabile, sfidò la cetra di Apollo. Chi avrebbe perso sarebbe stato alla mercè del vincitore; arbitro della gara furono le Muse le quali si pronunciarono a favore di Apollo. Il dio della musica per punire la presunzione del satiro, lo appese a un ramo e lo scorticò vivo.

Baccanti


Conosciuto il vino e i suoi effetti, Dioniso volle che tutti gli uomini lo conoscessero e intraprese un lungo viaggio portando con sé il numeroso corteo di Ninfe, i Satiri, gli Egipani e le Menadi chiamate anche Baccanti, Thiadi e Bassàridi. Le Baccanti erano le sacerdotesse di Dioniso, venivano comunemente rappresentate nel delirio dell'ebbrezza, con gli occhi stravolti, la voce rauca e minacciosa, coi capelli sciolti e sparsi sulle spalle, nella foga del furore e dell'entusiasmo.Vestite con pelli animali, con in testa una corona di edera o quercia o abete, esse celebravano il dio cantando, danzando e vagando come animali per monti e foreste.Nell'iconografia classica le menadi vengono raffigurate come l'oggetto del desiderio dei satiri tra le braccia dei quali vengono spesso raffigurate.

Polifemo e Galatea




Polifemo era un ciclòpe, un gigante spaventoso che abitava nell'antro di un monte delle coste della Sicilia; era figlio dell'amore di Poseidone e di Toosa, figlia di Forcis e sorella di Scilla. Era davvero orribile, aveva folti e scompigliati capelli, la fronte bassa e grinzosa e il naso schiacciato, tra la fronte e il naso sotto un sopracciglio aveva un occhio solo; era stupido e rozzo, tuttavia non fu insensibile all'amore. Un giorno si innamorò della ninfa-nereide Galatea già promessa sposa del bellissimo pastorello appena sedicenne di nome Aci. I due giovani si amavano tanto e non vedevano l'ora di sposarsi. Nonostante le sue promesse d'amore, Polifemo non aveva nessuna speranza con la bella ninfa. Un giorno, non essendo riuscito ad attirare l'attenzione di Galatea col suone del flauto, si vendicò con i due amanti scagliando un sasso che colpì Aci e lo uccise; in ricordo di quell'amore Galatea trasformò il sangue di Aci in una sorgente che divenne un dio fluviale.

Persefone


Persefone, che i romani chiamavano Proserpina, era figlia di Zeus e di Demetra. Era una giovane fanciulla, semplice e obbediente alla madre che non la lasciava mai. Un giorno di primavera però, mentre era con le sue amiche, sotto la vigilanza di Demetra, correndo in una vallata nei pressi di Enna, in Sicilia, Persefone si perse e nonostante chiedesse aiuto nessuno riuscì a sentirla; improvvisamente la terra si aprì sotto i suoi piedi, e dal baratro che si formò uscì un carro tirato da quattro cavalli neri come la pece. Era il carro dell'oscuro dio dell'Erebo, Hades, che afferrò la fanciulla, la portò sul carro e via giù nel baratro sprofondò nell'abisso; nessuno poté sentire le urla e i pianti della fanciulla spaventata. Demetra cercò inutilmente sua figlia e quando si accorse che era sparita fu presa dall'ansia. Si mise subito a cercarla nei dintorni, nella vallata, nei boschi, con la disperazione nell'anima; quando si accorse che stava calando la notte le venne in mente di invocare Ecate, che della notte era la signora. Ecate, che aveva sentito le urla di Persefone, fu molto ambigua nella sua risposta ma le consigliò di racarsi dal Sole al cui sguardo nulla può sfuggire. Dopo un lungo vagare durato nove giorni e nove notti, si trovò dinanzi al palazzo del Sole che l'accolse col rispetto dovuto. Il Sole le spiegò che per volere di Zeus, Persefone era stata rapita da Hades che l'aveva portata giù nel regno tenebroso. Afflitta per la terribile notizia e arrabbiata con Zeus che aveva disposto di sua figlia senza dirle niente, Demetra si rifiutò di tornare sull'Olimpo e abbandonò il suo aspetto di dea; assunse le sembianze di una vecchia decrepita, vestita di cenci e riprese il suo lungo cammino, sperando di consumare il suo dolore, quando dalla Sicilia si ritrovò finalmente in Grecia, nell'Attica in Eleusi. Esausta si accasciò a terra, accanto a un pozzo e scoppiò a piangere. Passava di li una donna che ebbe pietà della vecchia e la condusse a casa sua. Era una casa molto povera, un capanna da pastore dove abitava infatti il pastore Celeo e sua moglie Metanira. Da essi erano nati due figli, Trittolemo e Demofoonte. I due pastori furono molto buoni e vicini a Demetra, che aveva raccontato della perdita della sua giovane figlia e la dea per ricambiare il bene che quelle umili persone gli avevano dato una notte cercò di guarire il piccolo Demofoonte, gravemente malato: mentre i genitori erano in camera a dormire, prese il bambino e gli fece bere un decotto e poi secondo il rito a lei noto, mise il piccolo tra le fiamme mentre pronunciava delle formule magiche; Metanira appena vide quella scena, spaventata, strappò dalle fiamme il suo bambino e credendo che la donna fosse una pazza che voleva far del male ai suoi figli si infuriò. Demetra allora riprese le sue sembianze di dea e spiegò a Metanira che voleva rendere il piccolo immortale ma avendo lei interrotto il rito, non poteva più continuare anche se il bambino presto sarebbe guarito. Demofoonte infatti guarì. Negli Eleusi, Demetra fece innalzare un tempio e come sacerdote scelse Celeo a cui avrebbe dovuto succedere il figlio Trittolemo. Appena divenne grande, Demetra insegnò a Trittolemo tutti i riti del proprio culto e dell'arte della coltivazione. Trittolemo fu il primo uomo a costruire un aratro, a lui si attribuisce infatti la diffusione dell'agricoltura. Lasciato l'Eleusi Demetra riprese il proprio vagabondare, il suo cuore e il suo pensiero erano sempre rivolti all'amata figlia e al suo triste destino. Trovò il modo per risolvere il problema: con il semplice tocco delle sue mani rese la terra infruttuosa, tanto che gli uomini stavano morendo tutti; Zeus allora le mandò Iris, che non riuscì a placare l'ira di Demetra. Per salvare il genere umano fu Zeus a dover scendere a patti. Mandò Hermes da Hades per ottenere che Persefone tornasse a rivedere la luce del sole. Il dio del regno oscuro obbedì purché poi sua moglie potesse tornare da lui, e per maggior sicurezza di questo ritorno, fece mangiare alla sua sposa alcuni chicchi di melagrana, simbolo del matrimonio, poiché una eterna legge del Destino stabiliva che chi avesse mangiato nella casa del marito alcuni chicchi di questo frutto presto avrebbe fatto ritorno. Persefone tornò alla luce del sole e la madre per questo evento festeggiò ricoprendo la terra di fiori e frutta. Zeus poi, per conciliare l'amore materno con le esigenze del marito, stabilì che Persefone avrebbe vissuto due terzi dell'anno con la madre e l'altro terzo con Hades nell'Erebo. Questo mito nasconde un simbolo: Persefone che deve scendere ogni anno nel regno sotterraneo non è che la figura del seme, del chicco del grano, che viene seppellito sotto terra e vi rimane appunto un terzo dell'anno, fino a primavera, Persefone ritorna da sua madre e il grano germoglia alla luce del sole. Persefone veniva rappresentata come giovane e bella, col capo incoronato dall'edera e con una fiaccola in mano come sua madre.

Hades

Hades era figlio di due Titani, Cronos e Rhea Cibele, fratello perciò di Zeus e Poseidone. Quando i tre si spartirono il dominio del padre, a lui tocco l'Erebo che spesso viene chiamato come lui Hades. L'Erebo era il regno dei morti, il regno sotterraneo della notte e del dolore senza speranza. Appunto per questo Hades era un dio che incuteva spavento, i greci non pronunciavano spesso il suo nome, e preferivano chiamarlo Plutone, che in greco significa ricco, perchè era ricco in quanto sotto terra sono le radici di tutte le piante, i metalli, i marmi e le gemme. Il nome di Plutone fu adottato anche dai romani. Era un dio più temuto che venerato. Il suo volto squallido e arcigno, dai duri lineamenti, col pallore della morte, coperto da una folta barba ispida, irsuta, nera come il carbone; aveva capelli neri scompigliati, sconvolti, aveva l'aspetto di un disperato; occhi incavati e tristi. Hermes gli portava giù le anime dei defunti, Caronte le traghettava, Minosse, Radamanto e Eaco le giudicavano, Hades doveva solo vigilare affinchè nessuno potesse fuggire alle leggi eterne. Era come un carceriere, e quello che era peggio, era carceriere di un ergastolo senza liberazione, eterno e buio. Non usciva mai alla luce del sole, era sempre li nell'Erebo; solo una volta andò nel mondo dei vivi, per cercarsi la moglie. Poichè nessuna dea, e nemmeno una donna mortale, aveva mai accettato di scendere a vivere nell'Erebo, nemmeno per diventare regina, dopo molti rifiuti Hades aveva deciso di prendersi la sposa senza curarsi del suo consenso. Aveva messo gli occhi sulla bella Persefone, figlia di Zeus e Demetra, e aveva ottenuto da Zeus il permesso di rapirla e di portarla nell'Erebo per poi sposarla. Così infatti fece. L'insegna del potere di Hades era uno scettro con cui domanava il regno delle ombre. Veniva raffigurato seduto su un trono a fianco del quale c'era un altro trono per Persefone; spesso in mano aveva la chiave dell'Erebo e accucciato ai suoi piedi c'era il cane Cerbero. Erano sacri ad Hades il narciso e il cipresso; gli sacrificavano pecore nere, ma il sacrificante doveva volgere il capo all'indietro per non vedere l'animale sacrificato.

Eros e Psiche

Un re aveva tre figlie e la più bella si chiamava Psiche, che significa "anima", di cui Eros se ne innamorò. Una notte la prese e la portò in un magnifico palazzo incantato che aveva fatto sorgere in mezzo a un bosco; qui i due giovani si amarono e da quel giorno, ogni notte, il dio andava a farle visita, partendo però prima che il sole sorgesse. In questo modo, Psiche non aveva mai visto il viso del suo amato sposo e non sapeva neanche chi fosse; ma poiché egli la riempiva di attenzioni ed era molto premuroso con lei, la fanciulla capiva che lo sposo l'amava molto e di altro non si curava. Una volta per sola curiosità femminile, chiese al suo sposo di poter vedere il suo viso, ma Eros le disse che ciò non era possibile e che se gli voleva bene e desidera essere una sposa felice, non doveva più rivolgergli simili domande; doveva rinunciare a vederlo e a sapere chi fosse. Le fece giurare di obbedirgli e se per caso non avesse mantenuto la promessa, sarebbe scomparso e non lo avrebbe più rivisto. Le due sorelle di Psiche, invidiose della fortuna capitata alla sorella, le misero in testa che se il giovane non voleva mostrarsi doveva essere sicuramente orribile; Psiche rimase ossessionata da quel dubbio che le sorelle le avevano messo in testa e ansiosa e spaventata una notte, mentre il suo sposo dormiva, si avvicinò al letto e fece luce con una lampada; con grande stupore vide che, anzi, il suo sposo era bellissimo. Incantata da tale meraviglia, Psiche fece cadere dalla lampada una goccia di olio caldo sul corpo di Eros che subito si svegliò. Il dio vide che la giovane non aveva mantenuto la promessa e adirato e dispiaciuto, la lasciò li da sola. Psiche iniziò a disperarsi per la perdita del suo amore, versò lacrime amare e iniziò un lungo cammino intorno la Terra in cerca del suo perduto amor. Un giorno si ritrovò dinanzi il palazzo di Afrodite, che invidiosa per la sua bellezza e adirata per il dolore che la giovane aveva dato a suo figlio, la prese con sé come schiava, maltrattandola senza pietà, imponendole lavori più umili e faticosi. Eros, che l'amava ancora, venne in soccorso, placò la madre e chiese il riconoscimento del matrimonio a Zeus e anche che la sua sposa divenisse, come lui, una divinità immortale. Il simbolo che si nasconde sotto questo bellissimo mito è semplice: un matrimonio o comunque un'unione, perché sia veramente felice, richiede che alla bellezza del corpo si unisca anche la bellezza dell'anima.

Il mito di Pigmalione


Pigmalione, era re di Cipro e anche un abilissimo scultore ma non aveva né voglia né tempo per pensare all'amore. Afrodite volle vendicarsi per questo disprezzo nei confronti dell'amore e decise di far innamorare Pigmalione, punendolo. Fece innamorare Pigmalione di una statua di avorio, che il re stesso aveva scolpito, una statua di una fanciulla molto bella. Da quel giorno il re non ebbe più pace, passava giorno e notte a contemplare la statua, a declamare il suo amore per lei, ad accarezzarla, baciarla, ma a tutte le sue attenzioni la statua restava muta, fredda e insensibile. Pigmalione supplicò tanto Afrodite affinché lo guarisse da quell'insana passione per la statua, ma la dea si divertiva molto a vedere il re spasimare per una statua d'avorio, poi però ebbe pietà e con un tocco delle sue divine mani la statua si trasformò in una giovane fanciulla che Pigmalione sposò e da cui ebbe un figlio, Pafo.

Il mito di Adone

Adone, era figlio di Cinira, re di Cipro e sacerdote di Afrodite, e di sua figlia Mirra che, per sfuggire al suo crudele destino di amore passionale per il padre, aveva ottenuto dagli dèi di essere mutata nell'albero della mirra, la pianta araba che stilla lacrime di resina, di un amaro profumo. In primavera, da un albero che si aprì nacque dunque Adone. Afrodite prese il bambino appena nato e teneramente lo amò, e poi lo affidò a Persefone, la regina dell'Erebo, perché lo allevasse. Quando Adone divenne bellissimo adolescente, Afrodite si recò nell'Erebo per riaverlo ma anche Persefone si era affezionata a lui e non volle restituirlo, Zeus allora decise che Adone passasse metà dell'anno nell'Erebo con Persefone e l'altra metà sulla Terra con Afrodite. Un giorno di fine estate, mentre l'avvenente giovane stava sulla Terra a caccia un cinghiale infuriato lo assalì e lo uccise. Afrodite pianse Adone e la sua bella gioventù sfiorita e dalle sue lacrime nacque l'anemone. Il significato di questo mito è chiaro, Adone è la natura che si risveglia in primavera e muore in estate.

Il giudizio di Paride


Quando Afrodite, la dea dell'amore e della bellezza, arrivò all'Olimpo tutti gli dèi la accolsero con un applauso, solo due dee non si unirono a quell'applauso: Hera ed Atena. Le due dee erano gelose della bellezza di Afrodite, fino ad allora erano loro le più ammirate da tutti come le divinità più avvenenti dell'Olimpo. Quel giorno si stavano celebrando le nozze, sul monte Pelio, della nereide Teti con Peleo, re dei Mirmidoni. Tutti gli dèi erano stati invitati meno che Eris, la discordia, che per punire il mancato invito decise di vendicarsi: durante il brindisi degli sposi fece cadere dall'alto una mela d'oro con su scritto:"Alla più bella". Hera subito la prese come se fosse per diritto sua, ma Afrodite e Atena la reclamarono. Per evitare la furibonda lite tra le tre dee, Zeus ordinò che arbitro della questione fosse l'uomo più bello, Paride. Paride era figlio di Priamo, il potente re di Troia, e di Ecuba sua moglie. Ma siccome la madre, prima che il figlio nascesse aveva sognato che il figlio sarebbe stato la rovina della sua patria, affidò Paride al pastore Agelo, per abbandonarlo sul monte Ida. Agelo obbedì ma ebbe pietà del piccolo e decise di prenderlo con sé ed allevarlo come suo, quindi Paride crebbe come pastore non sapendo di essere un principe. Hermes accompagnò le tre dee dinanzi agli occhi di Paride, a cui fu data la mela spiegandogli che per commissione di Zeus avrebbe dovuto darla a chi delle tre reputasse la più bella. Paride era molto indeciso e perplesso, erano tutte e tre belle. Per rendere la scelta più facile tutte e tre fecero una promessa a Paride: Hera gli promise il dominio dell'Asia; Atena gli avrebbe dato la sapienza; Afrodite promise di dargli in sposa la donna più bella. Paride donò la mela ad Afrodite. Questo giudizio ebbe delle conseguenze funeste, derivò infatti la guerra di Troia, nella quale Atena e Hera furono nemiche di quella città e decisero della sua rovina.

Apollo alla corte di Admeto

Per aver ucciso Pitone, che rimaneva comunque un animale, figlio di Gea la madre Terra, e per placare l'ira della vecchia dea, Apollo si condannò da sé ad un esilio di nove anni in Tessaglia. Il dio si mise come un qualunque mortale a lavorare per guadagnarsi da vivere; andò al servizio del re Admeto, che gli diede lavoro come guardiano dei suoi cavalli e delle sue mandrie di buoi. Il re lo trattava bene, e Apollo, di natura generoso, fu molto utile al suo padrone. La prima volta fu quando Admeto si mise in testa di sposare la bellissima Alcesti, ma il padre della ragazza, Pelia, aveva promesso di dare la figlia in sposa solo a colui che avesse chiesto la mano di Alcesti arrivando su un carro tirato da leoni; ad Apollo non fu difficile domare un carro tirato da leoni e così il matrimonio ebbe luogo. Ma un'altra prova attendeva il regale sposo, la camera nuziale era invasa da serpenti velenosi, e anche qui Apollo fu abile nell'uccidere i terribili rettili. La terza volta fu quando Apollo, vedendo Thanatos ronzare intorno la reggia, lo affrontò e seppe in tal modo che il dio della Morte era venuto a prendere Admeto per condurlo nell'Erebo. Apollo riuscì ad avere la promessa da Thanatos che Admeto non sarebbe morto se qualcuno della sua famiglia fosse morto al posto suo; i genitori di Admeto, sebbene vecchi, si rifiutarono, ma la bellissima Alcesti, si offrì generosamente di morire per salvare la vita del suo amato sposo. Ercole, essendo li di passaggio e ospite del re, riuscì con la sua forza a strappare all'ultimo momento, la donna dalle mani di Thanatos e la restituì alla vita e a suo marito.

Anfitrite




Anfitrite, era figlia della divinità marina Nereo e di Doride, era quindi una delle cinquanta Nereidi che facevano parte della corte di Poseidone. Era una delle più belle, tuttavia Poseidone non si era mai accorto di lei e della sua bellezza; fino a quando un giorno la fanciulla danzava con le sue sorelle nell'isola di Nasso e si trovò a passare di li Poseidone: la vide, notò la grazia delle sue movenze, la freschezza del viso, la bellezza che superava quella delle sue sorelle e se ne innamorò. Senza perdere tempo le si avvicinò e le chiese se voleva diventare sua sposa. La giovane e timida fanciulla, non abituata a quei modi bruschi del dio, spaventata dalla domanda si buttò in mare e prese a nuotare, arrivò fino ai confini occidentali dove c'era Atlante che sorreggeva sulle spalle la volta celeste, li si credette al sicuro; ma Poseidone era ostinato e mandò un delfino a rintracciarla, una volta trovata il delfino la consegnò al dio e Anfitrite divenne la regina del mare. Da questa unione nacquero, Tritone, Rode e Bentesicima. A differenza del marito che spesso si incapricciava per qualche ninfa, Anfitrite fu una sposa paziente, fedele e indulgente e spesso lasciava correre.

Una volta però, Anfitrite si ingelosì e volle vendicarsi sulla rivale: una bellissima ninfa, Scilla, figlia di Ecate e di Forcis, il vecchio dio marino che aveva oltre a Scilla e a Toosa, altri figli, come le Graie e le Gorgoni. Quando Anfitrite si accorse dell'amore tra Poseidone e la bella ninfa, chiese consiglio a Circa, la maga figlia di Helios, la quale le diede delle erbe magiche da stemperare nelle acque dove la ninfa era solita fare il bagno, una costa della Calabria sullo stretto di Messina. Appena Scilla si immerse nelle acque venne trasformata in un mosto con dodici piedi e sei lunghissimi colli, con sei teste dalla cui bocca uscivano insistenti latrati. Il mostro prese possesso di una caverna della costa calabra di fronte al quale, sulla costa siciliana, c'era un'altra caverna dove abitava un altro mostro, Cariddi, figlia di Poseidone e di Gea. Le navi per attraversare lo stretto, dovevano evitare di cadere nel vortice d'acqua provocato da Cariddi, che inghiottiva e rigettava poi fuori il mare, e Scilla che poteva divorarle.

Poseidone


Poseidone, che i romani chiamavano Nettuno, era figlio di Cronos e di Rhea Cibele, quindi fratello di Zeus. Quando Zeus liberò i suoi fratelli costringendo il padre a rigettarli, durante la spartizione del regno donò il regno del mare a Poseidone e siccome il mare gira intorno alle isole e i continenti, Poseidone fu chiamato anche "il dio che racchiude e tiene prigioniera la Terra". Il suo regno si estendeva fino alle isole e alle spiagge ma il dio abitava le profondità del mare, laggiù sorgeva il suo palazzo, i cui muri erano di madreperla, con decorazioni di corallo e di gemme. A volte il dio emergeva dal mare per passeggiare sulla superficie delle acque ritto in piedi con in mano il tridente, stava sopra un carro tirato da quattro cavalli bianchi che avevano zoccoli di bronzo, seguito da tutta la sua numerosa corte: Tritoni, Nereidi, Sirene. Come il mare, di cui era il signore, anche Poseidone era di umore inconstante; se a volte sorrideva altre volte si irritava e diventava violento. Queste erano la causa dei maremoti, delle onde alte, del mare in tempesta ma nei suoi giorni sereni le acque erano calme e le giornate miti. Anche i terremoti del retroterra erano attribuiti a Poseidone, era il padrone delle onde e aveva libero arbitrio sulla bonaccia e sulla tempesta. Quando Eolo, il signore dei venti, per far piacere ad Hera, scatenò tutti i venti e suscitò, a insaputa di Poseidone, una burrasca contro le navi di Enea, il dio emerse, furibondo dal profondo del mare placando le acque e risollevò a galla col suo tridente le navi affondate. Poseidone sposò Anfitrite, figlia di Nereo e di Doride, era dunque una delle Nereidi. Da Anfitrite ebbe tre figli: Tritone, che significa "mormoreggiante; e due femmine Rode, che diede il suo nome all'isola di Rodi e Bentesicima, "la sollevatrice dei flutti più profondi". Come le altre divinità del mare Proteo e Nereo, Poseidone poteva cambiare forma, questo attributo sta a significare il volubile aspetto del mare. Era un dio molto venerato, soprattutto sulle isole; la stirpe degli Jonii, popolo di marinai, lo considerava il suo dio nazionale. A Corinto si tenevano ogni due anni i famosissimi Giochi Istmici, in onore di Poseidone. Al dio del mare erano sacri il cavallo e il delfino; tra le piante gli era sacro il pino. Veniva rappresentato simile a Zeus, solo un pò più irrequieto e meno maestoso, ma alto e robusto e con una muscolatura poderosa, da vecchio lupo di mare, coi capelli e la barba neri e arruffati e sempre col tridente in mano.

I miti di Ares




Omero, nell'Iliade, racconta che Ares fu fatto prigioniero e incatenato dai due minacciosi giganti Oto e Efialte, figli di Aloeo, che crescevano di un braccio in larghezza e di una testa in altezza ogni anno. Ares fu incatenato e rinchiuso dentro un vaso di bronzo per tre lunghi mesi, poi fu liberato dalle catane da Hermes.


Ares aveva un figlio degno di lui, Cicno. Il giovane viveva di brigantaggio: si appostava sulle strade e appena passava qualcuno lo assaliva e lo spogliava di ogni bene che avesse; un giorno però passò Ercole e Cicno osò assalirlo ma considerando la forza di Ercole, Cicno fu battuto e ucciso; Ares lo tramutò in cigno.


Alirrozio, figlio di Poseidone, si era innamorato di Alcippe, figlia di Ares e di Aglauro. Il giovane cercava tutte le occasione per vedere e per parlare con la sua amata. Un giorno Ares lo scoprì e crudele come era uccise Alirrozio. Poseidone pretese che Ares venisse giudicato per omicidio dai dodici dèi maggiori dell'Olimpo. Il giudizio avvenne ma Ares fu assolto.


Ares oltre ad essere un dio feroce era anche molto bello, si innamorò di Afrodite, la dea dell'amore e della bellezza, da cui ebbe due figli:Eros e Anteros. La storia degli amore clandestini tra Ares e Afrodite, sposa di Hefesto, ha dato spunto a molti racconti comici e con essa si volle significare che sia in natura sia nell'animo umano sono possibili la composizione e l'equilibrio tra forze contrastanti e addirittura opposte.

Atteone e Artemide


Atteone era figlio di Aristeo e di Antinoe, famoso come eroe e come cacciatore. Alla caccia lo aveva addestrato il centauro Chirone. In un giorno di caccia, inseguendo un cinghiale, si trovò nei pressi di una laghetto, dove Artemide e le ninfe, ridendo e scherzando tra loro, facevano il bagno. Quando si accorsero dello sguardo di Atteone, Artemide vedendosi esposta al giudizio di un mortale divenne rossa di vergogna e di collera. La dea, non avendo con se l'arco e la faretra, allora scaglio sul viso del giovane dell'acqua; subito Atteone fu tramutato in cervo e quando i suoi cani non lo riconobbero più, lo scambiarono per una fiera gettandosi su di lui coi loro denti aguzzi, lo divorarono le povere membra.

Niobe e la sua punizione


Nella Frigia c'era un ricco re, Tantalo, figlio di Zeus e di una ninfa, il quale godeva di una speciale benevolenza dagli dèi celesti, tanto che era spesso invitato sull'Olimpo. L'ingrato Tantalo però corrispose male questo speciale trattamento e iniziò a divulgare i segreti degli dèi e che Zeus gli aveva confidato; una volta poi volle mettere a dura prova la chiaroveggenza degli dèi servendo alle divinità le carni del proprio figlio Pelope; parlerò poi di questo re e delle vicende degli Atridi, per ora mi limito a dire che Tantalo fu punito e mandato nel Tartaro condannato ad un eterno supplizio: immerso nell'acqua non può dissetarsi perché l'acqua sfugge ogni volta che egli avvicina la bocca per bere, un ramo carico di frutti pende sul suo capo ma ogni volta che tenta di prendere un frutto, il ramo si sposta. Quando era in vita Tantalo aveva sposato Taigete, una Pleiade e ne aveva avuto parecchi figli, tra cui Pelope e Niobe. Niobe aveva sposato Anfione, re di Tebe, e aveva avuto sette forti e robusti figli e sette bellissime figlie. Ne era così orgogliosa tanto da affermare di essere più feconda di Leto, che aveva avuto solo due figli Artemide e Apollo, e pretendeva che a lei e non a Leto spettassero gli onori divini. La storia arrivò alle orecchie di Apollo e Artemide che vollero punire Niobe per l'oltraggio fatto alla madre. Un giorno che i figli di Niobe erano a caccia, Apollo col suo arco d'argento li fece cadere tutti morti. Dopo questo dura punizione Niobe non si arrese anzi nonostante la perdita, continuava a vantarsi in quanto le rimanevano comunque ben sette figlie femmine; era ancora lei a vincere sulla madre di Apollo e Artemide. Questa volta toccò ad Artemide vendicarsi della madre, e ad una ad una con le sue frecce, uccise le sette figlie di Niobe. La sventurata madre accorse sulle pendici del monte dove erano le quattordici salme dei suoi figli, e davanti a quella scena si arrese e pianse, pianse tanto da scongiurare Zeus di tramutarla in roccia. Dopo un lungo vagabondare, Niobe capitò in Lidia dove, come suo volere, fu tramutata in roccia conservando la sua forma; tuttora continua a piangere tanto che da quella pietra colano incessantemente gocce d'acqua.