
La terza fatica che Euristeo comandò ad Ercole fu quella di portargli un terribile cinghiale che aveva il suo covo sulle pendici del monte Erimanto e devastava le fertili campagne dell'Arcadia. Quando Ercole arrivò sul posto, frugò in tutti gli anfratti del monte, si calò nei burroni, esplorò cespuglio per cespuglio e finalmente scovato il cinghiale lo inseguì fino sulle cime nevose, quando il cinghiale incominciò a stancarsi riuscì a catturarlo, lo legò per le zampe e se lo gettò sulle spalle robuste mettendosi in cammino per tornare a Tirinto. Nonostante le fatiche comandategli da Euristeo, Ercole aveva anche il tempo e la forza per altre imprese; tornando a Tirinto sgominò una banda di centauri che lo avevano assalito. Ercole li inseguì fino al loro rifugio, dove abitavano con il centauro Chirone, che fu suo maestro; nella foga dell'inseguimento, durante il quale scagliava frecce contro i centauri, colpì Chirone con una di queste e siccome erano frecce velenose, il povero Chirone morì.
La quarta fatica di Ercole fu quella della cerva che viveva sulle pendici del monte Cerinea, tra l'Arcadia e l'Acaia. Questa cerva aveva le corna d'oro e i piedi di rame, ed era sacra alla dea Artemide. Veloce e infaticabile, nessuno era riuscito mai a raggiungerla. Ercole ci provò. La caccia durò un anno, Ercole non si arrendeva alla velocità della cerva, anzi anche se la distanza tra loro era sempre enorme, lui imperterrito la inseguiva; la cerva lo portò ad esplorare, monti, boschi, campi , fiumi, posti desolati, sino al paese degli Iperborei, dove il mondo finisce. Qui la cerva iniziò a vacillare e vedendo che non c'era più terra tornò indietro, mentre lei era stanca, Ercole invece era ancora fresco e cominciò a raddoppiare i passi e la raggiunse, l'afferrò per le corna e se la caricò a spalla, portandola ad Euristeo.







La dea Pallade Atena, aveva inventato il flauto, ma un giorno rendendosi conto che suonandolo il suo viso diventava buffo e altre dee presero a deriderla, lo gettò nel bosco. Nei boschi abitavano i Satiri, divinità della natura metà caproni e metà uomini, che stavano al seguito del dio Dioniso; tra questi c'era Marsia che un giorno vide il flauto e lo raccolse: non era un flauto normale, in quando di una dea produceva un bellissimo e armonioso suono. Marsia, credendosi inarrivabile, sfidò la cetra di Apollo. Chi avrebbe perso sarebbe stato alla mercè del vincitore; arbitro della gara furono le Muse le quali si pronunciarono a favore di Apollo. Il dio della musica per punire la presunzione del satiro, lo appese a un ramo e lo scorticò vivo.

