La guerra dei sette contro Tebe:Cadmo e gli Sparti


Il fondatore di Tebe, la città dalle sette Porte fu Cadmo, figlio di Agenore, re fenicio di Tiro e di sua moglie Telefassa; Cadmo era fratello della bellissima Europa colei che fu rapita da Zeus. Agenore mandò Cadmo alla ricerca della sorella; viaggiò molto senza trovare traccia di sua sorella e quando arrivò in Grecia decise di interrogare l'oracolo di Delfi. La Pizia, non rispose alle sue domande ma gli disse solamente di continuare il suo viaggio fino a quando non avesse incontrato una giovenca con una mezzaluna bianca; poi seguire la bestia finchè non si fosse fermata e in quel punto costruire una città. La giovenca arrivò in Beozia; Cadmo volendo sacrificare l'animale ad Atena, mandò i servi che lo avevano accompagnato a prendere dell'acqua in una sorgente vicina. La sorgente era custodita da un drago che uccise i servi, Cadmo non vedendo tornare i suoi servi andò a vedere e trovò il drago che si avventò contro ma Cadmo riuscì a trafiggere la bestia. Ad un certo punto comparve la dea Atena che impose al giovane di strappare i denti del drago e seminarli per terra. Cadmo fece quanto gli era stato imposto dalla dea: dalla terra spuntarono delle lance, che sollevandosi si tramutarono in un esercito di giganti armati; i guerrieri vennero chiamati Seminati, cioè in greco gli Sparti, si misero a combattere gli uni contro gli altri, ne rimasero solo cinque, questi Sparti rimasti furono i capostipiti della nobilità tebana, aiutarono Cadmo a costruire la città di Tebe, la cui rocca fu chiamata Cadmea, in onore del suo fondatore.

Fedra e Ippolito


Dopo la morte di Antiope, dal cui matrimonio era nato Ippolito, Teseo prese Fedra come moglie. Fedra era figlia di Minosse e quindi sorella di Arianna, che fu abbandonata sulla spiaggia da Teseo dopo averla ingannata. La nuova regina, si era innamorata del figliastro Ippolito, e poichè il giovane l'aveva respinta, lo accusò di aver tentato di violentarla. Teseo credette a Fedra, e invocò il dio Poseidone per punire il figlio; il dio del mare esaudì il suo desiderio: un giorno che Ippolito era alla guida di un cocchio in riva al mare, il dio fece uscire dalle onde un toro infuriato che spaventò i cavalli, il povero Ippolito fu travolto dal cocchio e trovò la morte. Fedra straziata dai rimorsi si uccise, dopo aver confessato l'inganno al marito.

Teseo ed Antiope


Dopo la morte del padre, Teseo divenne re di Atene e regnò saggiamente sulla città, e istituì le feste dette Panatenee. Qualche tempo dopo, gli riprese la smania di avventura e si imbattè in un altro viaggio pensando ad una spediozione contro le Amazzoni. Il popolo delle Amazzoni invece di fargli guerra, lo accolse benevolmente e lo riempì di doni. Teseo invitò le giovani donne a visitare la sua nave, ma appena furono a bordo, salpò dal porto e le fece prigioniere. Tra queste c'era Antiope, la cui bellezza eclissava quella, pure grandissima, delle altre: se ne innamorò e la sposò. Da questa unione nacque Ippolito. Qualche tempo dopo le Amazzoni per vendicarsi, assediarono Atene e iniziarono una guerra che durò parecchi anni. Durante una battaglia Antiope morì, fatta la pace il popolo delle Amazzoni tornò al proprio paese.

Dedalo e Icaro


Dedalo, era nato ad Atene ed era pronipote di Eretteo, re della città. Si dedicò alla scultura e all'architettura, era abilissimo in ciò che faceva; si narra che le sue statue sembravano vive a tal punto da raccontare che esse aprivano gli occhi e si muovevano. A Dedalo sono attribuite le invenzioni dell'ascia, la sega, il trapano, il passo della vite, l'archipenzolo. E' stato maestro di suo nipote Talo, figlio di una sua sorella, che uccise per gelosia quando Talo superò il maestro nella sua arte. L'Areopago, il tribunale, lo condannò all'esilio perpetuo; Dedalo si rufugiò a Creta dove fu accolto benevolmente dal re Minosse che gli commissionò il Labirinto per rinchiudere il Minotauro. A Dedalo, si rivolse Arianna, la figlia di Minosse, per sapere come aiutare Teseo a uccidere il Minotauro e uscire dal Labirinto, e come sappiamo il consiglio del filo riuscì a far trinofare Teseo nell'impresa. Quando Minosse venne a sapere che ad aiutare sua figlia e Teseo fu Dedalo, e non potendo prendersela con la figlia fuggita insieme all'eroe, pensò di punire Dedalo, rinchiudendolo insieme al figlio, Icaro, nel Labirinto, che egli stesso aveva progettato. L'unico modo per uscire dal Labirinto era evadere volando; ingegnoso come era, Dedalo costruì due paia di ali, uno per sè e l'altro per il figlio. Si raccomandò con Icaro di restargli sempre dietro durante il volo, di non strafare e soprattutto di stare attento a non avvicinarsi troppo ai raggi del sole perchè, le ali, attaccate alle spalle con della cera, potevano staccarsi in quanto il calore avrebbe sciolto la cera. Come non detto, Icaro durante il volo, provando piacere si allontanò dal padre e raggiunse i raggi del sole che sciolsero la cera e lo fecero precipitare nel mare, dove morì. Dedalo triste e desolato, atterrò in Campania a Cuma, dove costruì un tempio al dio Apollo, consegnando le ali che aveva inventato per evadere dal Labirinto di Creta.

Teseo, Arianna e il Minotauro(parte II)


Arianna diede a Teseo il filo e le indicazione che le aveva suggerito Dedalo per combattere il Minotauro. L'eroe si incamminò insieme ai quattordici giovani per i corridoi e le stanze del Labirinto, girò e rigirò nelle tortuosità, passando dalla penombra al buio fitto quando a un tratto si trovò difronte al Minotauro. Teseo non gli diede l'opportunità di saltargli addosso che lo infilzò nelle corna, e rapidamente gli diede un colpo in testa con la mazza che si era portato, facendolo crollare a terra morto. Una volta eliminato il mostro, Teseo e gli altri ostaggi riaggomitolarono il filo di Arianna e in pochi minuti riuscirono ad uscire dal Labirinto, e insieme alla giovane fanciulla si imbarcarono per fare ritorno ad Atene. L'ingrato Teseo nel frattempo, si pentì della promessa di nozze fatta alla bella Arianna e per liberarsene, approfittò della sosta a Nasso, dove la giovane si era addormentata sulla spiaggia e senza svegliarla salì sulla nave e riprese il suo viaggio, abbandonandola. Come si legge nel mito di Dioniso, la giovane e bella Arianna fu abbandonata per poco perchè infatti, il dio Dioniso la trova sulla spiaggia, mentre piange, la consola e se la sposa.
La slealtà di Teseo fu punita, il giovane era talmente contento di essere riuscito nell'impresa che aveva dimenticato di cambiare la bandiera da nera a bianca, come aveva promesso al padre. Il buon re quando vide la nave di ritorno con la bandiera nera, pensò che il figlio fosse morte e si precipitò nel mare, che da quel momento prese il suo nome: mar Egeo.

Teseo, Arianna e il Minotauro(parte I)


Il generoso Teseo, quando seppe la triste storia del tributo dei quattordici giovani, si offrì di unirsi a loro per porre fine a tutto e uccidere il Minotauro. I cittadini di Creta furono felici e ammirarono il gesto del giovane, al contrario, Egeo ne era preoccupato perchè, per quanto fosse coraggioso e valoroso suo figlio, era più probabile che il Minotauro avesse divorato Teseo che lui fosse riuscito ad ucciderlo. Egeo pregò il figlio di una cosa: la nave che portava i quattordici ostaggi da Creta ad Atene, di solito innalzava una bandiera nera, in segno di lutto; se Teseo fosse riuscito nel suo intento, il re lo pregò di sostiruire la bandiera nera con una bianca, in segno di vittoria.
Quando la nave arrivò ad Atene, tra i curiosi sulla spiaggia, per vedere le giovani vittime si trovava anche Arianna, figlia del re Minosse. La giovane alla vista di Teseo subito se ne innamorò e quando seppe che era venuto ad Atene per uccidere il Minotauro, provò pietà sapendo che era votato a una morte sicura. Gli si avvicinò e gli chiese se in qualche modo poteva aiutarlo. Teseo rimase affascinato dalla bellezza di Arianna e gli piacque la sua offerta, tanto da prometterle che se l'avesse fatto uscire vivo da quell'impresa, l'avrebbe felicemente sposata.
La giovane fanciulle per aiutare Teseo nell'impresa, si rivolse al costruttore del Labirinto: Dedalo. Il grande architetto, decise di aiutare la bella Arianna insegnandole come l'eroe doveva comportarsi per colpire il Minotauro al momento giusto e come poi uscire dal palazzo senza perdersi. A tale scopo consegnò ad Arianna un gomitolo di filo spiegandole che bastasse che Teseo fissasse un capo del gomitolo in un punto qualunque dell'ingresso, svolgendone poi il filo a mano a mano che avanzava, fino al momento dell'incontro col Minotauro; per tornare indietro non doveva far altro che raggomitolare il filo...

Il Minotauro


Il Minotauro, era nato dall'amore innaturale di Pasifae, moglie di Minosse, con uno splendido esemplare di toro inviato al re di Creta da Poseidone in segno di benevola protezione: era un mostro orribile, col corpo di uomo e una testa di toro enorme, e mangiava carne umana. Minosse, per nasconderlo aveva fatto costruire apposta per lui, a Cnosso, un palazzo strano chiamato Labirinto. Un palazzo senza finestre, dove non entravano i raggi del sole, con tante stanze, corridoi, che chiunque fosse entrato non sarebbe mai uscito senza una guida; l'incauto si sarebbe smarrito e alla fine avrebbe incontrato il Minotauro, che era posizionato al centro del palazzo, trovando una marte orrenda.
Molti anni prima dell'arrivo di Teseo ad Atene, Androgeo, figlio del re di Creta Minosse, essendo venuto ad Atene alle feste panelleniche, aveva partecipato a diverse gare riuscendo in tutte vittorioso. I giovani di Megara e di Atene, invidiosi delle sue vittorie, lo uccisero. Minosse per vendicare il figlio morto assediò Atene e da qui iniziò una guerra, che il re di Creta vinse, imponendo la pace con una clausola: periodicamente Atene doveva mandare sette giovani e sette fanciulle, da mandare nel Labirinto al Minotauro affamato.

Teseo ad Atene

Teseo arrivò finalmente ad Atene dove fu accolto molto bene dal re Egeo il quale, organizzò un banchetto in onore del suo ospite. Nel frattempo accadde qualcosa che cambiò la benevola disposizione del re verso l'ospite tanto gradito.
Egeo aveva sposato la maga Medea, fuggita da Iolco ad Atene, approfittando del grande ascendente che aveva sul marito, governava tirannicamente, in nome suo, il paese. Quando a corte arrivò questo giovane bello e intelligente, temette che l'ospite potesse nuocere ai suoi perfidi disegni, e insinuò ad Egeo che Teseo era venuto ad Atene per ucciderlo e usurpargli il trono, come avevano predetto le sue arti magiche. Egeo, succubo della maliarda, le credette e durante il banchetto offrì a Teseo una coppa di vino avvelanato. Nel momento del brindisi, nell'atto di alzarsi, la spada di Teseo urtò contro il tavolo e gli occhi di tutti caddero sull'elsa della spada. Egeo riconobbe l'elsa e capì che quel giovane era Teseo, suo figlio, con una manata fece cadere la coppa di vino e lo abbracciò. Avendo compreso la malvagità di Medea, cacciò la sua sposa da Atene.
La perfida donna ritornò nel suo paese, nella lontana Colchide portando con sè il figlio avuto da Egeo: Medos, che sarà l'eroe da cui prenderà nome la popolazione dei Medi.
Teseo fu messo dal padre a regnare il suo popolo. Poco dopo, gli ambasciatori di Minosse arrivati da Creta, presero in consegna i sette giovani e le sette fanciulle che periodicamente(ogni anno oppure ogni nove anni, secondo versioni diverse) dovevano essere mandate ad Atene per essere date in pasto al Minotauro. Teseo ignaro di tutto volle sapere la triste storia del Minotauro.

Frisso ed Elle


Atamante, era re di Orcomeno, in Beozia e aveva sposato la dea delle nubi, Nefèle, da cui ebbe due figli: Frisso ed Elle. Alcuni anni dopo il re si innamorò di una mortale, Ino, figlia di Cadmo e di Armonia e, ripudiata la prima moglie, la sposò. Nefèle tornò in cielo, e da quel momento la maledizione cadde sulla casa di Adamanto. Dalla seconda moglie, il re ebbe due figli, Learco e Melicerte; i figli della prima moglie vennero trascurati e maltrattati dalla matrigna, la quale arrivò al punto di desiderare la loro morte.
Approfittando di una carestia, convinse il re che i due giovani dovevano essere sacrificati agli dei, per cessare la grande carestia. Nel momento del sacrificio accorse Nefèle, che avvolse i due figli in una nube, sottraendoli agli sguardi della gente e li fece salire su un montone dal vello d'oro, e cosa straordinaria il montone poteva anche volare. In tal modo Frisso ed Elle furono salvati. La cattiveria di Atamanto e di Ino, fu punita, infatti impazzirono a tal punto che il re uccise il figlio Learco, scacciato poi dal trono morì miseramente in Tessaglia; Ino si gettò in mare, tenendo tra le braccia il figlio Melicerte e furono tramutati dagli dei in divinità marine.
Intanto il montone dal vello d'oro, con in groppa Frisso e sua sorella Elle, si recò in Colchide, nella località che ora si chiama Mar Nero. Durante la traversata, Elle perse l'equilibrio e cadde in mare nel punto che è tra la Tracia e la Troade, e che in suo onore è chiamata Ellesponto, cioè "mare di Elle". Frisso, appena messo piede a terra, sacrificò il montone e prese con sè il prezioso Vello d'oro, lo portò in regalo al re del paese, Eete ordinò che il vello d'oro fosse appeso a un faggio nel bosco sacro ad , figlio di Helios e fratello della maga Circe. EeteAres, a guardia del quale fu posto un terribile drago che vegliava sul tesoro giorno e notte.

Teseo e i briganti

La strada che portava ad Atene era infestata da crudeli briganti; nei pressi di Epidauro, Teseo si imbatté nel terribile gigante Perifete che assaliva gli avversari con una grossa mazza di bronzo. Il giovane Teseo riuscì a sconfiggere il gigante e a rubargli la mazza di bronzo, che ne fece la sua arma preferita. All'istmo di Corinto, s'imbatté in un secondo gigante, Sini, che uccideva le persone in una maniera alquanto originale: curvava la cima di due pini vicini, legava il braccio e la gamba destra della vittima alla cima di un pino e il braccio e la gamba sinistra alla coma dell'altro pino; lasciando poi andare le due cime in modo che la vittima veniva squartata in due. Teseo riuscì a battere anche Sini. Su un altro sentiero stava in agguanto un altro gigante di nome Scirone, il quale fermava i viaggiatori, li faceva inginocchiare sull'orlo del burrone e li costringeva a lavargli i piedi; poi quando terminavano di lavare, gli dava un calcio e li faceva precipitare giù, dove venivano divorati da un'enorme tartaruga. Anche a costui Teseo inflisse la stessa sorte. Nelle vicinanze di Eleusi, dovette affrontare un quarto gigante, Procuste. Il gigante spogliava i viaggiatori di ogni bene, poi li stendeva su un letto: se le loro gambe passavano la misura del letto, tagliava loro quello che avanzava; se invece le gambe non arrivavano a toccare la sponda inferiore del letto, le stendeva con corde finché ci arrivassero, slogando e spezzando le ossa della vittima. Teseo fece a Procuste quello che Procuste aveva fatto patire agli altri.

Teseo:nascita e adolescenza


Egeo, figlio di Pandione della regale dinastia di Cecrope, fu uno dei re di Atene. La sua prima moglie fu Meta, e la seconda fu Calciope. Non avendo ancora un erede, il re chiese consiglio all'Oracolo di Delfi; Le sue criptiche parole furono: "Tieni chiuso il tuo otre di vino finché non avrai raggiunto il punto più alto della città di Atene, altrimenti un giorno ne morirai di dolore". Di ritorno da Delfi, si fermò a Trezene, alla corte del re Pitteo di cui era amico. Qui si innamorò della figlia del re, Etra; per delle sue ragioni speciali, Egeo volle che quelle nozze rimanessero segrete e così fu fatto. Egeno, non potendo rimanere sempre a Trezene, dovette partire e abbandonare la sua sposa, nel salutare Etra le disse che dalla loro unione sarebbe nato un figlio a cui doveva mettere il nome di Teseo, e quando egli fosse diventato un adolescente la madre avrebbe dovuto portarlo davanti a un macigno, che gli indicò, sotto il quale egli aveva nascosto i suoi sandali e la sua spada. Teseo avrebbe dovuto sollevare il macigno con le sue forze, e se fosse stato capace di tanto, avrebbe dovuto prendere i saldali e la spada e andare da lui ad Atene. Aveva appena sedici anni, quando la madre, vedendo la sua robustezza, condusse Teseo davanti al macigno e gli disse di sollevarlo. Teseo lo sollevò senza sforzo, trovò i sandali e l spada, e come volle la madre partì per Atene.

Le fatiche di Ercole: la cattura di Cerbero


Cerbero era un cane spaventoso con tre teste; come ultima fatica, Euristeo comandò a Ercole di portargli questo cane. Per catturarlo bisognava scendere nel regno dei morti, dove una volta entrati era difficile uscirne. Il dio Hermes volle aiutarlo e scese con lui nell'Erebo; Cerbero, che era guardiano del mondo infernale, non poteva allontanarsi dalla porta del Tartaro, tuttavia Hermes riuscì a convincere Hades a far allontanare il mostro, così Ercole potè portarlo nel mondo dei vivi purchè non facesse uso di armi. Ercole avanzò verso Cerbero, che aveva tre teste ma, per fortuna, una gola sola, allora l'eroe lo strinse in gola e la belva stava quasi per soffocare; ridotto all'impotenza fu facile legarlo e trascinarlo davanti al re Euristeo, il quale notando la bruttezza del cane, ordinò a Ercole di riportarlo nell'Erebo.

Erano passati ben dodici anni, e Ercole aveva affrontato dodici difficili imprese, ora era libero e non doveva più stare agli ordini di Euristeo. Riavuta la libertà approfittò per liberare il mondo dai briganti e decise di offrire il suo coraggio in difesa dei più deboli e degli oppressi.



Le Fatiche di Ercole: i pomi delle Esperidi

Le Esperidi, figlie di Atlante e di Espero, la stella della sera, erano le ninfe del tramonto ; queste bellissime fanciulle avevano il compito di custodire un bellissimo giardino, in cui è sempre primavera: le aiuole sono pieni di fiori di ogni colore, dagli alberi pendono frutti enormi e dolcissimi. La meraviglia delle meraviglie è nel mezzo del giardino, un albero dalle foglie di un verde lucido con rami carichi di frutti d'oro. L'albero era stato ragalato da Gea a Hera il giorno delle sue nozze con Zeus e le fanciulle dovevano ben custodirlo insieme al terribile drago di nome Ladone. Il re Euristeo sentì parlare di questi frutti e comandò a Ercole di portarglieli, così l'eroe dopo l'impresa dei buoi rossi si incamminò subito alla ricerca del giardino dell Esperidi. Durante il suo girovagare, un giornò si fermò sulle rive di un lago a riposarsi, dalle acque del lago emerse una ninfa che chiese ad Ercole il motivo della sua stanchezza; l'eroe spiegò alla ninfa che stava cercando il giardino delle Esperidi e la ninfa gli consigliò di rivolgersi a Nereo. Nereo, che era una divinità del mare che poteva prendere qualsiasi forma, per sfuggire alla domanda di Ercole cominicò ad assumere tutte le forme possibili e immaginabili per spaventarlo, ma abituato a ben peggio Ercole rimase li fermo ad aspettare la fine dello spettacolo; così Nereo, avendo dimostrazione del coraggio del giovane uomo confidò ad Ercole che il giardino delle Esperidi si trovava in Mauritania, il paese di cui era re il titano Atlante, padre delle Esperidi. Giunto all'estremo lembo occidentale del mondo, dove trovò Atlante che sorreggeva sulle spalle la volta pesante del cielo, l'eroe gli espose lealmente il desiderio di avere i frutti d'oro del suo giardino; Atlante acconsentì facendogli però notare che i frutti poteva coglierli soltanto lui e che aveva un problema: chi avrebbe sorretto il cielo al posto suo? Ercole si propose subito come suo sostituto. Atlante andò a cogliere i frutti, tornando però disse ad Ercole che non se la sentiva di riprendere quell'incomodo compito di sorreggere un peso sulle spalle e dal momento che aveva trovato un così bravo sostituto...per quanto riguardava i frutti d'oro li avrebbe portati lui stesso ad Euristeo. Ercole fece finta di essere d'accordo con la soluzione e chiese un favore ad Atlante, di sostituirlo un attimo per poter cambiare spalle; Atlante cadde nel tranello e Ercole riuscì a scappare col bottino.

Le Fatiche di Ercole: I buoi di Gerione


Gerione, figlio di Crisaore e dunque discendente di Medusa, era uno spaventoso gigante il cui corpo, dalla cintola in su, si ramificava in tre corpi distinti, con sei braccia, e tre teste: un mostro insomma. Abitava nell'isola Eritrea e possedeva tra le tante ricchezze un grosso armento di magnifici buoi rossi che erano custoditi da Euritione, un gigante anche lui, e da un cane a due teste che si chiamava Ortos. Euristeo ordinò a Ercole di portargli i buoi. Per quanto l'impresa si presentasse difficoltosa, l'eroe, obbediente, partì: percorse la Tracia, l'Asia Minore, l'Egitto e proseguì lungo le coste dell'Africa settentrionale. Qui si incontrò con Anteo, figlio di Poseidone e di Gea, che aveva una statura gigantesca e una forza prodigiosa; prepotente e crudele, costringeva tutti coloro che passavano per la sua terra a lottare con lui e dopo averli vinti li uccideva. Ercole sapendo che la sua forza gli veniva meno quando non toccava più la terra coi piedi, lo sollevò in alto e riuscì a strozzarlo. Ripreso il cammino arrivò nel posto che divide l'Europa dall'Africa, che oggi si chiama stretto di Gibileterra, qui innalzò due colonne su ogni continente e da allora lo stretto venne chiamato Le colonne di Ercole. Il dio Helios gli prestò la navicella d'oro con la quale tresportava il sole e così Ercole potè arrivare all'isola Eritrea. Appena mise piede sull'isola il cane Ortos prese ad abbaiare ed Ercole con due colpi di clava si sbarazzò di lui. Con le sue frecce avvelenate eliminò sia Euritione che Gerione, caricò i buoi rossi sul carro di Helios e iniziò il viaggio di ritorno. Questa volta attraversò la Spagna e la Gallia. Qui fu assalito dagli abitanti del posto e invocò l'aiuto di Zeus per liberarsi di loro; Zeus scaraventò sul popolo una pioggia di sassi: questa è la ragione per cui oggi, Crau, in Provenza è cosparsa di sassi. Attraversò le Alpi e scese giù in Italia, arrivò a Pallantea, nel Lazio, dove fu accolto dal re Evandro. Ercole rimase li per una notte rifugiando i buoi in una caverna; in questo luogo c'era un gigante di nome Caco, che viveva di rapine e terrorizzava la gente. Il gigante, mentre Ercole dormiva, rubò i buoi e per non far capire dalle loro tracce la direzione del suo cammino, trascinò i buoi a ritroso in modo che le orme, invece di partire dalla grotta, facevano credere che vi si dirigessero. Al risveglio Ercole capì l'inganno, raggiunse Caco, lo uccise e finalmente potè raggiungere l'Argolide dove presentò i buoi rossi al re Euristeo.

Le Fatiche di Ercole: Le stalle di Augìa.

La nona fatica di Ercole fu quella di ripulire le immense stalle di Augìa, il re dell'Elide. Ricchissimo e potente, questo re possedeva ben tremila buoi, ma era tanto avaro che, per non spendere, non faceva ripulire, da più di trent'anni, le sue stalle. Appena la notizia arrivò alle orecchie di Euristeo, il suo pensiero corse subito ad Ercole, e infatti gli ordinò di ripulire in un giorno solo le sporchissime stalle dello spilorcio sovrano dell'Elide. In un solo giorno era impossibile trasportare fuori tutto il letame e ripulire per bene le stalle allora Ercole pensò di deviare il fiume Alfeo, così che le sue acque poterono trascinare via lo strato denso di letame. In tal modo le stalle vennero ripulite in un solo giorno.

Le fatiche di Ercole: le cavalle di Diomede, il cinto di Ippolita

Ares aveva un figlio di nome Diomede che regnava sopra il popolo selvaggio dei Bistoni, abitanti di una contrada della Tracia. Questo re era crudele e barbaro come suo padre e il suo popolo: aveva delle feroci cavalle che mandavano fuoco e fiamme dalle narici, e dava loro in pasto i naufraghi che disgraziatamente si ritrovavano sulle coste della Tracia. Euristeo comandò ad Ercole di portargli quelle cavalle. L'eroe si recò al palazzo di Diomede, portando con sè alcuni suoi amici fidati. Uccise o mise in fuga i servi poi catturò Diomende e lo diede in pasto alle sue cavalle come lui faceva coi poveri naufraghi. Quando le cavalle ebbero divorato il loro padrone le caricò sulla nave e le consegnò ad Euristeo come gli era stato ordinato.
L'ottava fatica di Ercole fu quella che viene chiamata "del cinto di Ippolita". Euristeo aveva una figlia di nome Admeta che quando sentì parlare della cintura di Ippolita, la regina delle Amazzoni, se ne invaghì e chiese al padre di averla a tutti i costi. Era un'impresa assurda e Euristeo sapeva che il capriccio della figlia non poteva essere soddisfatto ma ordinò ad Ercole di portargli la cintura di Ippolita. Le amazzoni abitavano un paese sulle rive del Mar Nero; era un popolo di donne guerriere che uccidevano senza pietà gli uomini che osavano avvicinarsi al loro regno; la regina Ippolita era sempre sorvegliata dalle sue donne, giorno e notte. Quando Ercole arrivò nel regno delle Amazzoni, contro ogni previsione fu accolto benignamente da Ippolita che quando seppe il motivo di quel viaggio, promise che avrebbe dato volentieri la sua cintura. Durante la notte però, ancora una volta Hera si mise contro, la dea aizzò le amazzoni e Ippolita dicendo loro che l'eroe voleva solo rapire la bella regina. Così l'intero popolo delle Amazzoni si scagliò contro Ercole che dopo tanto lottare riuscì a sconfiggerle, uccise Ippolita e le prese la cintura che portò ad Euristeo.

Le fatiche di Ercole: gli uccelli stinfalidi e il toro di Creta


In mezzo a una selva intricata e melmosa c'era uno stagno chiamato Stinfalo, li accanto vivevano certi uccelli mostruosi che si nutrivano di carne umana. Questi uccelli erano figli del crudele dio Ares, avevano il becco, gli artigli e le ali di bronzo, e usavano le penne come frecce per uccidere le loro vittime. Nessuno aveva mai avuto il coraggio di cacciarli, solo Ercole nella sua quinta fatica comandatagli da Euristeo, osò farlo. Per stanare gli uccelli dai loro nidi nascosti, l'eroe si mise a scuotere con forza un cimbalo che aveva portato con sé. A quello strepito gli uccellacci si spaventarono e uscirono dai rifugi, dando così modo ad Ercole, che era abilissimo tiratore con l'arco, di colpirli con le sue frecce avvelenate e di ucciderli tutti, uno a uno. La triste terra divenne allora abitabile e Euristeo fu anche questa volta obbedito.

Intanto nell'isola di Creta erano avvenuti dei fatti gravi. Minosse, il famoso re dell'isola, dovendo fare, per un suo voto, un sacrificio a Poseidone, aveva pregato il dio di fare uscire dal mare l'animale per un sacrificio degno di lui. Poseidone lo esaudì e fece venire fuori, dalle onde sulla spiaggia, un magnifico toro nero tanto bello che a Minosse parve un peccato ucciderlo: infatti tenne il toro per sé e sacrificò al suo posto un altro toro, più magro e gracile. Tale fatto offese Poseidone che per punire Minosse, infuse nel toro una furiosa pazzia tale da farlo diventare un flagello per l'intera isola. Euristeo, venuto a sapere dei fatti, ordinò a Ercole di portargli il toro nero vivo. Ercole partì, attraversò l'Egeo e sbarcò a Creta; si mise in agguato lungo una strada nell'attesa che il toro passasse, quando l'animale comparve Ercole lo affrontò, lo prese per le corna, l'obbligò ad inginocchiarsi e poi se lo caricò sulle spalle, attraversando il mare a nuoto, con quel grosso peso, andò a deporlo ai piedi di Euristeo.

Dioniso incontra Arianna


Appena sceso sulla spiaggia di Nasso, Dioniso fu attirato dal convulso pianto di una donna. Vide una fanciulla sulla sabbia stesa che si disperava e piangeva, al che il dio le si avvicinò e cominciò a consolarla, vide il volto della giovane e le asciugò le lacrime, si accorse di non aver mai visto una donna così bella e nemmeno tanto disperata; allora pregò la ragazza di raccontargli il motivo di tanto dolore e lei tra pianti e sospiri prese a raccontare. La giovane donna si chiamava Arianna, figlia del re di Creta, Minosse e di Pasifae. Arianna raccontò del suo amore per Teseo, che aveva aiutato nel Labirinto, raccontò della promessa di Teseo di ricambiare il suo aiuto prendendola in sposa e del tradimento del ragazzo che una volta ricevuto l'aiuto abbandonò la giovane fanciulla sulla riva del mare. Dioniso aveva partecipato con tutto il suo animo al racconto di questa storia d'amore e tradimento; quando Arianna smise di piangere si fece riconoscere come dio e le chiese di diventare sua moglie. Sorpresa Arianna taceva, allora Dioniso prese la corona gemmata che portava e la posò sul capo della donna, quel gesto valeva più di un giuramento e Arianna ne comprese subito il significato. Zeus acconsentì alle nozze dal cielo, trasformando quella corona in stelle. Alle nozze assistette tutta la corte di Dioniso, che col capo ricoperto di ghirlande di pampini e agitando il tirso, si mise a cantare un gioioso epitalamio. Un carro d'oro, tirato da sei pantere, trasportò i giovani sposi in una dimora sconosciuta.

Dioniso e i pirati


Durante il suo viaggio, Dioniso dall'Attica passò all'Argolide e da una nave si fece portare nell'isola di Chio. Un giorno da un promontorio vide arrivare una nave e volendo recarsi nell'isola di Nasso chiese al capitano se potevano dargli un passaggio in cambio di soldi. Il capitano accettò ma quella era una nave di pirati che non lo portava a Nasso, ma prese la rotta per l'Asia dove i pirati avevano intenzione di vendere quel bel giovanotto come schiavo. Dioniso vedendosi ingannato pretese di tornare indietro e sbarcare a Nasso, ma i pirati non ascoltarono le sue parole, anzi lo presero e legarono all'albero maestro. In quel momento il vento da favorevole si fermò e la nave non riusciva più a proseguire; le corde con cui Dioniso era legato si sciolsero di colpo; il pilota della nave allora implorò i pirati di sbarcare il giovane a Nasso perchè secondo lui doveva essere sicuramente un dio; i pirati non lo ascoltarono; Dioniso emise un fischio acuto e all'improvviso tutte le corde, nodi, canapi vari si trasformarono in serpi, i pirati erano invasi da serpenti, in mezzo a questo groviglio poi comparvero un leone, un'orsa, e due pantere; il terribile leone sbranò il proprietario della nave; i pirati si gettarono in mare e furono trasformati in delfini. Il vento riprese ad essere favorevole e Dioniso si fece riconoscere dal pilota della nave che lo aveva difeso e gli assicurò la sua benevolenza. Così il veliero riprese la sua rotta per Nasso.

Icario e Erigone


Nell'Attica viveva Icario, che non era un re ma un uomo benestante; quando Dioniso arrivò nell'Attiva ebbe una cordiale accoglienza da parte di Icario. Il dio, per ricambiare la sua ospitalità, gli insegnò l'arte della coltivazione della vite e come ricavare dall'uva il vino. Quando venne il tempo della vendemmia, Icario ricavò un ottimo vino e volle che anche gli altri godessero di questo buon nettare. Iniziò un lungo cammino per i campi, offrendo da bere a tutti. Un giorno si trovò a passare in un prato dove c'erano dei pastori, offrì anche a loro da bere ma nonostante gli avvertimenti di Icario sugli effetti del vino quando sene beve troppo, i pastori ingordi ne bevvero così tanto da prendere un sbornia solenne. Non conoscendo gli effetti del vino, credettero che Icario li avesse avvelenati e si misero alla ricerca dell'uomo, una volta trovato lo aggredirono fino ad ucciderlo. Dopo un pò capirono quel che avevano fatto, pentiti e spaventati, nascosero il corpo di Icario nel bosco, senza curarsi di una degna sepoltura. Secondo gli antichi, finché la salma non viene seppellita, l'anima del morto non può scendere nell'Erebo, e vaga senza meta e senza pace.

Icario aveva una figlia di nome Erigone. La fanciulla, non vedendo tornare il padre iniziò a preoccuparsi. Durante la notte apparve l'ombra del padre che le raccontò la sua storia. Erigone che amava molto suo padre, si incamminò con la sua cagna, Mera, alla ricerca del cadavere del padre per dargli la sepoltura che meritava. Quando arrivò nel bosco, cominciò la difficile ricerca e dopo molte ore riuscirono a trovare il corpo di Icario. Dopo aver compiuto il doloroso ufficio che il padre le aveva affidato, Erigone restò a lungo seduta a pensare, ormai era rimasta sola al mondo e presa dalla disperazione si impiccò. Mera si mise ad abbaiare furiosamente, come per chiamare aiuto, poi si accucciò ai piedi dell'albero dove la padrona era morta, e si lasciò morire di fame. Gli dèi, impietositi per la triste e tragica storia, trasformarono Icario nella stella Arturo, Erigone nella costellazione della Vergine e Mera in quella dell'Orsa Minore, chiamata anche Cane.