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Dioniso incontra Arianna


Appena sceso sulla spiaggia di Nasso, Dioniso fu attirato dal convulso pianto di una donna. Vide una fanciulla sulla sabbia stesa che si disperava e piangeva, al che il dio le si avvicinò e cominciò a consolarla, vide il volto della giovane e le asciugò le lacrime, si accorse di non aver mai visto una donna così bella e nemmeno tanto disperata; allora pregò la ragazza di raccontargli il motivo di tanto dolore e lei tra pianti e sospiri prese a raccontare. La giovane donna si chiamava Arianna, figlia del re di Creta, Minosse e di Pasifae. Arianna raccontò del suo amore per Teseo, che aveva aiutato nel Labirinto, raccontò della promessa di Teseo di ricambiare il suo aiuto prendendola in sposa e del tradimento del ragazzo che una volta ricevuto l'aiuto abbandonò la giovane fanciulla sulla riva del mare. Dioniso aveva partecipato con tutto il suo animo al racconto di questa storia d'amore e tradimento; quando Arianna smise di piangere si fece riconoscere come dio e le chiese di diventare sua moglie. Sorpresa Arianna taceva, allora Dioniso prese la corona gemmata che portava e la posò sul capo della donna, quel gesto valeva più di un giuramento e Arianna ne comprese subito il significato. Zeus acconsentì alle nozze dal cielo, trasformando quella corona in stelle. Alle nozze assistette tutta la corte di Dioniso, che col capo ricoperto di ghirlande di pampini e agitando il tirso, si mise a cantare un gioioso epitalamio. Un carro d'oro, tirato da sei pantere, trasportò i giovani sposi in una dimora sconosciuta.

Dioniso e i pirati


Durante il suo viaggio, Dioniso dall'Attica passò all'Argolide e da una nave si fece portare nell'isola di Chio. Un giorno da un promontorio vide arrivare una nave e volendo recarsi nell'isola di Nasso chiese al capitano se potevano dargli un passaggio in cambio di soldi. Il capitano accettò ma quella era una nave di pirati che non lo portava a Nasso, ma prese la rotta per l'Asia dove i pirati avevano intenzione di vendere quel bel giovanotto come schiavo. Dioniso vedendosi ingannato pretese di tornare indietro e sbarcare a Nasso, ma i pirati non ascoltarono le sue parole, anzi lo presero e legarono all'albero maestro. In quel momento il vento da favorevole si fermò e la nave non riusciva più a proseguire; le corde con cui Dioniso era legato si sciolsero di colpo; il pilota della nave allora implorò i pirati di sbarcare il giovane a Nasso perchè secondo lui doveva essere sicuramente un dio; i pirati non lo ascoltarono; Dioniso emise un fischio acuto e all'improvviso tutte le corde, nodi, canapi vari si trasformarono in serpi, i pirati erano invasi da serpenti, in mezzo a questo groviglio poi comparvero un leone, un'orsa, e due pantere; il terribile leone sbranò il proprietario della nave; i pirati si gettarono in mare e furono trasformati in delfini. Il vento riprese ad essere favorevole e Dioniso si fece riconoscere dal pilota della nave che lo aveva difeso e gli assicurò la sua benevolenza. Così il veliero riprese la sua rotta per Nasso.

Icario e Erigone


Nell'Attica viveva Icario, che non era un re ma un uomo benestante; quando Dioniso arrivò nell'Attiva ebbe una cordiale accoglienza da parte di Icario. Il dio, per ricambiare la sua ospitalità, gli insegnò l'arte della coltivazione della vite e come ricavare dall'uva il vino. Quando venne il tempo della vendemmia, Icario ricavò un ottimo vino e volle che anche gli altri godessero di questo buon nettare. Iniziò un lungo cammino per i campi, offrendo da bere a tutti. Un giorno si trovò a passare in un prato dove c'erano dei pastori, offrì anche a loro da bere ma nonostante gli avvertimenti di Icario sugli effetti del vino quando sene beve troppo, i pastori ingordi ne bevvero così tanto da prendere un sbornia solenne. Non conoscendo gli effetti del vino, credettero che Icario li avesse avvelenati e si misero alla ricerca dell'uomo, una volta trovato lo aggredirono fino ad ucciderlo. Dopo un pò capirono quel che avevano fatto, pentiti e spaventati, nascosero il corpo di Icario nel bosco, senza curarsi di una degna sepoltura. Secondo gli antichi, finché la salma non viene seppellita, l'anima del morto non può scendere nell'Erebo, e vaga senza meta e senza pace.

Icario aveva una figlia di nome Erigone. La fanciulla, non vedendo tornare il padre iniziò a preoccuparsi. Durante la notte apparve l'ombra del padre che le raccontò la sua storia. Erigone che amava molto suo padre, si incamminò con la sua cagna, Mera, alla ricerca del cadavere del padre per dargli la sepoltura che meritava. Quando arrivò nel bosco, cominciò la difficile ricerca e dopo molte ore riuscirono a trovare il corpo di Icario. Dopo aver compiuto il doloroso ufficio che il padre le aveva affidato, Erigone restò a lungo seduta a pensare, ormai era rimasta sola al mondo e presa dalla disperazione si impiccò. Mera si mise ad abbaiare furiosamente, come per chiamare aiuto, poi si accucciò ai piedi dell'albero dove la padrona era morta, e si lasciò morire di fame. Gli dèi, impietositi per la triste e tragica storia, trasformarono Icario nella stella Arturo, Erigone nella costellazione della Vergine e Mera in quella dell'Orsa Minore, chiamata anche Cane.

Licurgo, Penteo e le Minèidi

Quando Dioniso scoprì il vino e i suoi effetti, decise di farlo conoscere a tutti gli uomini e con il suo corteo di ninfe, satiri, egipani e baccanti, chiamato Thiasos, intraprese un lungo viaggio intorno al mondo. Andò prima in Egitto, poi nella Siria; attraversò l'Asia, si spinse fino in India; nel viaggio di ritorno passò per la Frigia, la Tracia, in Beozia, in Argolide, nell'isola di Chio e finalmente nell'isola di Nasso, la più grande delle Cicladi. Quando Bacco giunse in Tracia il frastuono del suo culto con balli, canti e suoni di tamburi, arrivò alle orecchie del re del paese Licurgo; dubitando che si trattasse del rito bacchico si recò sul posto e nascondendosi vide le Menadi e i Satiri agitarsi follemente, li circondò e cominciò a lanciare frecce. Solo Bacco riuscì a scamparla gettandosi in mare, dove Teti lo accolse amichevolmente, gli altri furono fatti tutti prigionieri. La punizione non si fece aspettare; Licurgo impazzì e siccome per sfogare la sua rabbia stroncava tutte le viti che incontrava con un colpo di scure ammazzò il suo stesso figlio, scambiandolo per un ceppo. Tanta era la forza che la scure ricadde sui suoi piedi e lo ferì, alle sue urla di dolore le catene che tenevano legate i Satiri e le Menadi si sciolsero, e tutti si scagliarono contro Licurgo facendolo a pezzi.




Una sorte simile toccò a Penteo, re di Tebe e cugino di Bacco. Quando Dioniso si recò in Beozia, dove appunto regnava Penteo, non fu accolto molto bene dal cugino che per legami di parentela avrebbe dovuto ben favorire l'iniziazione al vino agli abitanti della città. Il re si irritò quando vide gli abitanti di Tebe, soprattutto le donne, abbandonare i proprio lavori per unirsi alle danze e festeggiamenti delle Menadi, correre con le fiaccole accese sui monti, nel pieno del delirio del baccanale; la stessa madre di Penteo si unì alle Menadi e il re per punire i suoi sudditi incatenò e fece prigioniero Bacco. Il dio scollò le spalle e le catene caddero, contemporaneamente la folgore di Zeus, per punire il sacrilegio, incendiò la reggia di Penteo il quale, invece di chinarsi umilmente, si irritò ancora di più. Si recò nei luoghi del baccanale, rabbioso e ostinato, nel delirio le donne tra cui sua madre e le Menadi, si scagliarono su di lui e lo uccisero, poi le sue sorelle Ino e Autonoe lo squartarono.



Sempre in Beozia a Orcomeno c'erano tre sorelle, Alcatoe, Leucippe e Arsippe, le tre figlie del re Minia, dette perciò Minèidi. Mentre tutto il popolo prendeva parte ai riti di Bacco, le tre fanciulle osarono sfidare il dio rimanendo ai propri telai, indifferenti ai festeggiamenti. Bacco allora, si trasformò in fanciulla e andò dalle tre sorelle a consigliare loro di partecipare alla festa; le tre non solo si rifiutarono ma parlarono anche male del dio, il quale per punirle prima si trasformò in toro, poi in leone e infine in pantera. Le tre sorelle dallo spavento impazzirono e Hermes le tramutò una in pipistrella, la seconda in civetta e la terza in gufo.

Egipani e Satiri


Gli Egipani, figli di Pan e della ninfa Ega, e i Satiri, figli di Dioniso e della naiade Nicea, gli uni e gli altri mostri cornuti, con la testa umana coperta da pelo e col corpo e la coda di caprine; erano divinità rusticane che abitavano le grotte e i boschi. Erano esseri lascivi, spesso dediti al vino, a danzare con le ninfe ed a suonare il flauto. Facevano parte della numerosa corte del dio Bacco, insieme alle ninfe e alle baccanti. Il più famoso Satiro è Marsia a cui è attribuito un mito:La dea Pallade Atena, aveva inventato il flauto, ma un giorno rendendosi conto che suonandolo il suo viso diventava buffo e altre dee presero a deriderla, lo gettò nel bosco. Nei boschi abitavano i Satiri, divinità della natura metà caproni e metà uomini, che stavano al seguito del dio Dioniso; tra questi c'era Marsia che un giorno vide il flauto e lo raccolse: non era un flauto normale, in quando di una dea produceva un bellissimo e armonioso suono. Marsia, credendosi inarrivabile, sfidò la cetra di Apollo. Chi avrebbe perso sarebbe stato alla mercè del vincitore; arbitro della gara furono le Muse le quali si pronunciarono a favore di Apollo. Il dio della musica per punire la presunzione del satiro, lo appese a un ramo e lo scorticò vivo.

Le gare di Apollo


Sappiamo che il dio Pan suonava la siringa pastorale, da lui inventata, una specie di zufolo con sette canne; un giorno volle sfidare Apollo che suonava divinamente la lira, ma si trattava di una gara amichevole, Pan sapeva bene di non poter competere con il suono della lira del dio della musica. Come arbitro della gara scelsero il re Mida. Questo re Mida, era figlio di Gordio, re della Frigia, era molto ricco ma come molti ricchi, avido di ricchezze. Si racconta che, una volta, avendo trattato bene i compagni di Dioniso, il dio volle fargli un regalo lasciandolo scegliere. Mida chiese che tutto quello che toccava diventasse oro; fu accontentato ma il dono alla fine divenne una punizione in quanto anche tutto ciò che portava alla bocca, come cibo e vino si trasformava in oro. Il re pregò Dioniso di riprendersi il suo dono, il dio gli consigliò di fare un bagno nel fiume Pàttolo, il re seguì il consiglio e fu salvo; da quel giorno le acque del fiume trasportano pagliuzze d'oro. Ma torniamo alla gara tra Pan e Apollo; il re Mida ignorante in musica scelse come vincitore Pan e allora Apollo lo punì trasformando le sue orecchie in orecchie d'asino. Il re tentò di coprire le orrende orecchie sotto un cappello ma il suo barbiere le vide per tagliargli i capelli e Mida gli fece promettere di tacere pena la morte. Questo segreto pesava troppo al barbiere che per liberarsene un giorno scavò una buca in terra e confidò al buco il terribile segreto:"Il re Mida ha le orecchie d'asino". Poi ricoprì il buco con la terra sulla quale crebbero delle canne e quando il vento le muoveva, queste ripetevano le parole che il barbiere aveva confidato alla terra, così tutti seppero delle orecchie del re Mida.
La dea Pallade Atena, aveva inventato il flauto, ma un giorno rendendosi conto che suonandolo il suo viso diventava buffo e altre dee presero a deriderla, lo gettò nel bosco. Nei boschi abitavano i Satiri, divinità della natura metà caproni e metà uomini, che stavano al seguito del dio Dioniso; tra questi c'era Marsia che un giorno vide il flauto e lo raccolse: non era un flauto normale, in quando di una dea produceva un bellissimo e armonioso suono. Marsia, credendosi inarrivabile, sfidò la cetra di Apollo. Chi avrebbe perso sarebbe stato alla mercè del vincitore; arbitro della gara furono le Muse le quali si pronunciarono a favore di Apollo. Il dio della musica per punire la presunzione del satiro, lo appese a un ramo e lo scorticò vivo.

Baccanti


Conosciuto il vino e i suoi effetti, Dioniso volle che tutti gli uomini lo conoscessero e intraprese un lungo viaggio portando con sé il numeroso corteo di Ninfe, i Satiri, gli Egipani e le Menadi chiamate anche Baccanti, Thiadi e Bassàridi. Le Baccanti erano le sacerdotesse di Dioniso, venivano comunemente rappresentate nel delirio dell'ebbrezza, con gli occhi stravolti, la voce rauca e minacciosa, coi capelli sciolti e sparsi sulle spalle, nella foga del furore e dell'entusiasmo.Vestite con pelli animali, con in testa una corona di edera o quercia o abete, esse celebravano il dio cantando, danzando e vagando come animali per monti e foreste.Nell'iconografia classica le menadi vengono raffigurate come l'oggetto del desiderio dei satiri tra le braccia dei quali vengono spesso raffigurate.

Dioniso o Bacco




Dioniso, il dio della viricoltura, era figlio di Zeus e di Sèmele. Siccome era un dio molto chiassoso veniva chiamato anche Bacco, che in greco significa "clamore", da cui deriva la parola italiana baccano. I romani infatti adottarono Bacco per indicare appunto Dioniso. Sèmele, era la bellissima figlia di Cadmo, re di Tebe; Hera, gelosa, decise di farla morire: prese le sembianze della nutrice della giovane e insinuò nell'animo della fanciulla che Zeus non l'amasse e di metterlo alla prova. Il dio le si mostrava sempre sotto l'aspetto di un mortale, allora Sèmele chiese a Zeus di mostrarsi come dio per dimostrargli il suo amore; invano Zeus cercò di dissuaderla, spiegandole il pericolo a cui andava incontro. Sèmele insistette e quando Zeus le si mostrò in tutto il suo splendore e coi fulmini in mano la povera ragazza non poté resistere alla vampata di calore che Zeus emanava, con Sèmele sarebbe morto anche il piccolo che stava per nascere se non fosse stato per Zeus che gli fece schermo con l'egida e lo cucì nella sua coscia fino al momento della nascita. Compiuti i nove mesi, Zeus fece uscire il dio dalla coscia; lo affidò ad Hermes perché lo portasse dalle ninfe affinché lo nutrissero e allevassero. Il luogo dove fu portato Dioniso piccolo si chiamava Nisa, un posto che nessuno sapeva dove essere, una montagna adatta per nascondere un bambino dallo sguardo minaccioso di Hera; solo Hermes sapeva dove fosse e quando col bambino in braccio, entrò nella caverna delle ninfe, questa si illuminò di una luce abbagliante. Le ninfe a cui Zeus affidò Dioniso erano sette e si chiamavano Iadi, pare fossero sorellastre delle Pleiadi; erano buone e di animo gentile e Zeus per ricompensarle le mutò in una nuova costellazione nel firmamento. Divenuto grande, l'educazione di Dioniso fu seguita, oltre che dalle ninfe, da Ino, sorella di sua madre Sèmele e dal vecchio Sileno. Sileno era nato a Nisa ed era figlio di Hermes: era brutto e veniva raffigurato come un vecchio gioviale, ma con tutto il suo aspetto ridicolo era sapiente, pieno di buonsenso, bonario; da maestro poi divenne grande amico di Dioniso e non lo lasciò più. Il dio si appassionò presto alla caccia e amava spesso andare in giro per i boschi e le campagne; un giorno fece la sua scoperta più bella, la vite, o meglio un grappolo d'uva: lo prese, lo premette in una coppa d'oro e ne fece uscire un liquore color porpora, era nato il vino. Assaggiato, la prima impressione fu di un nuovo nettare che fa dimenticare la stanchezza e le pene, che dà un leggero senso di ebrezza e di euforia; lo fece assaggiare a tutti, le ninfe, Sileno, volle che lo bevessero i Satiri, gli Egipani, le Driadi e le Amadriadi e tutte le divinità del bosco. Da quel giorno presero vita numerose feste a base di vino, dove si faceva baldoria e il giovane Dioniso cominciò a dire cose che non avevano senso, insomma a delirare. Questo stato di ebrezza e delirio divenne regola e fu parte del culto di Dioniso. In onore di Dioniso si celebravano le solenni Feste Dionisiache due volte ogni anno: una volta in autunno, al tempo della vendemmia, la seconda volta in primavera. In queste feste, tra altri riti, si cantavano canzoni che raccontavano le gesta e le avventure del dio il ditirambo. I primi ditirambi erano rozzi e grossolani, poi vennero composti da veri poeti, con più senso artistico; dalla forma del ditirambo ebbe origine il dramma. Dioniso veniva raffigurato in due forme distinte: la più antica lo rappresentava in un aspetto maestoso e grave, con una lunga barba e con lunghi capelli, vestito con una tunica, sormontata da un mantello; la seconda forma invece, lo rappresentava in età giovane, con fattezze quasi femminili e con il volto pensoso, una corona di pampini e di edera circondava i suoi ricci capelli e con una pelle di pantera o di capriolo sui fianchi. Erano sacri a Dioniso tra i vegetali: la vite, l'edera, la quercia, tra gli animali: il toro, il caprone, la pantera, la tigre e la lince.

Afrodite



Afrodite, la dea della bellezza e dell'amore, che i romani identificarono con Venere, era, secondo Omero, figlia di Zeus e della ninfa Dione; invece, secondo Esiodo, era nata in primavera dalla spuma del mare fecondata dai genitali di Urano che Cronos aveva scagliato in mare dopo la ribellione contro il padre. Afrodite, dal greco afros, la spuma, aveva anche l'appellativo di Urania, perché ancora figlia del Cielo. Appena emerse dalle onde, su una conchiglia di madreperla, Zefiro l'aveva spinta sulla riva dell'isola di Cipro, da qui gli appellativi di Anadiomene, l'emersa, e di Ciprigna. Appena la dea mosse i primi passi sulla spiaggia, i fiori sbocciarono sotto i suoi piedi, e subito le vennero incontro le Ore, le Cariti, Peito, la persuasione, Potos, il desiderio, Himeros, il la brama, per accoglierla, onorarla e servirla. La vestirono con un vestito bellissimo e una cintura, le misero boccole d'oro e di gemme alle orecchie, braccialetti ai polsi e una collana splendente al collo. Dal cielo arrivò un carro di gemme, tirato da due colombe, la dea vi salì e fu così assunta in Cielo. Zeus la diede in moglie ad Hefesto; ma la sua idea non fu delle più felici; non si può unire in matrimonio la dea più bella con il dio più brutto. Afrodite veniva rappresentata nel fiore della sua giovinezza, avvenente, graziosa, tutta ingioiellata e sorridente. Il suo volto era ovale, delicato e gentile; i suoi occhi grandi, tremuli, avevano uno sguardo soave e languido che ispiravano tanta dolcezza. Sopra il vestito portava una cintura magica, dove erano raccolti tutti i vezzi, le grazie, il sorriso che promette ogni gioia, i teneri dialoghi degli innamorati, i sospiri che persuadono e il silenzio espressivo. Erano sacri ad Afrodite: tra le piante, il mirto, la rosa, il melo, il papavero; tra gli animali, il passero, la lepre, il cigno, il delfino e soprattutto la colomba. Dalle sue varie unioni ebbe alcuni figli, dal troiano Anchise ebbe Enea; dal dio Dioniso ebbe Imene, il dio delle feste nuziali; da Ares ebbe due figli terribili, Eros, amore, e Anteros. I poeti greci raccontano che quando Afrodite ebbe Eros, si lamentò con la dea Temi perchè il figlio non crescesse; Temi le rispose che il bambino non sarebbe cresciuto finchè non avesse avuto un fratello. Allora Afrodite diede vita ad Anteros che significa "colui che ricambia l'amore"; così i poeti con questa graziosa leggenda hanno voluto dire che l'amore, per poter crescere, deve essere ricambiato.