La conquista del Vello d'Oro(parte I)



Fatti i debiti sacrifici agli dèi, Giasone e i suoi acompagni salparono dal porto di Iolco verso l'Oriente.La navigazione durò due anni e fu turbata da numerose burrasche e da varie peripezie. Dopo una lunga sosta a Lemno, la nave toccò la Samotracia e arrivò a Cizico. Qui gli Argonauti, avendo trovato un buon porto tranquillo, volevano germarsi qualche tempo per riposare, senonchè, noottetempo, mentre essi dormivano, vennero giù dalle montagne vicine numerosi giganti con sei braccia, i quali, portando grossi macigni, tentarono di chiudere con questi la bocca del porto, per impafronirsi della nave. Scoperti a tempo dalle sentinelle, fu dato l'allarme. La battaglia volse in favore degli Argonauti, specialmente per merito di Ercole che, con la sue frecce avvelenate, uccise parecchi giganti e mise in fuga gli altri.

Giasone

Giasone era il figlio più bello e più coraggioso del re di Iolco in Tessaglia: Esone, e della regina Alcimede. Un giorno il fratello del re, Pelia, uomo senza scrupoli e ambiziosissimo, spodestò Esone facendo strage dei figli per timore che un giorno potessero rivendicare il proprio regno. Solo uno dei figli si salvò, Giasone, grazie alla madre che riuscì a nasconderlo sul monte Pelio e lasciarlo alle cure del centauro Chirone perchè lo educasse saggiamente. Infatti Giasone diventò un uomo colto, robuto e garbato, il centauro gli aveva insegnato il rispetto per gli Dèi, l'arte militare, l'idea della giustizia, la medicina, la musica, e lo aveva addestrato ad ogni esercizio fisico.

La guerra fratricida

Adrasto, arrivato davanti la città di tebe assegnò a ognuno dei sette capitani una delle sette porte della città, così subito pose l'assedio, attaccando e scatenando una guerra piena di sangue. Il profeta Anfiarao aveva predetto che tutti i principi che prendevano parte alla guerra sarebbero morti ad eccezione di Adrasto; il profeta non sbagliò, in un assalto alla città Capaneo salito sulle mura urlò così tanto da scatenera la furia di Zeus che lo fulminò con un suo fulmine facendolo precipitare e morire; come lui mano mano gli altri principi morirono durante la guerra, alla fine rimasero solo Adrasto e Polinice. La guerra durava già da tempo e gli abitanti delle due città si accordarono di farla finire con un duello all'ultimo sangue tra i due fratelli; dei due non rimase in vita nemmeno uno.

L'esercito dei sette.


Dopo aver cacciato da Tebe il padre, i due figli, Eteocle e Polinice pattuirono tra loro che avrebbero regnato a Tebe un anno ciascuno. Cominciò Eteocle ma finito l'anno si rifiutò di lasciare il posto al fratello come d'accordo e anzi mandò Polinice in esilio. Questo trovò rifugio ad Argo, presso il re Adrasto, il quale non solo lo accolse benevolmente ma gli diede anche in moglie la propria figlia Argia e gli promise di aiutarlo a riprendersi il trono usurpatogli da Eteocle.
Per aiutare Polinice, Adrasto preparò un grande e formidabile esercito alla cui testa mise sette abilissimi condottieri: lui stesso, Adrasto, capo assoluto della spedizione; il genero e pretendente al trono di Tebe, Polinice; Tideo, signore d'Etolia, che aveva sposato un'altra figlia di Adrasto di nome Deipile; il principe Capaneo; Ippomedonte e Partenopeo, entrambi fratelli di Adrasto; e Anfiarao, cugino del re.

La triste sorte di Edipo


Dopo molto tempo a Tebe scoppiò una terribile pestilenza; fu interrogato l'oracolo che predisse che tutto sarebbe finito quando il colpevole dell'uccisione di Laio fosse cacciato dalla città. Edipo, a cui stava molto a cuore la sorte del popolo, ordina una severa inchiesta, e si occupa della ricerca del colpevole in prima persona, tanto è che interroga l'indovino Tiresia. Tiresia svela ad Edipo che fu proprio lui ad uccidere Laio, che era suo padre e che aveva sposato la vedova di Laio, sua madre. Dall'orrore di queste parole, dalla vergogna Edipo si strappa gli occhi; Giocasta dalla disperazione e disonore si impicca. I figli Eteocle e Polinice, rinnegano il padre e ogni sentimento di pietà, cacciando il re dalla città; l'unica a rimanere accanto al padre fu Antigone che coraggiosamente accompagna il padre nel suo vagabondare. Schivato da tutti, Edipo arriva nell'Attica, a Colono, dove nel bosco sacro alle Eumenidi, le dee che puniscono il parricido, trova in modo misterioso la morte e la tanto desiderata pace.

Edipo e la Sfinge


Morto Laio, sul trono di Tebe salì Creonte, fratello di Giocasta. Il nuovo re di Tebe emanò un editto promettendo il trono e la mano di sua sorella Giocasta a chiunque riuscisse a liberare il paese dalla Sfinge.
La Sfinge era un mostro col volto di donna, il corpo di leone e le ali di aquila: era su una roccia che dominava la strada principale che portava a Tebe; la bestia fermava i passanti e proponeva loro un enigma, divorando coloro che non sapevano rispondere. Fino ad allora nessuno era riuscito a rispondere all'enigma e perciò ci fu una strage di tebani; Creonte con questo editto sperava di mettere fine a questa storia. Poco tempo dopo, Edipo si trovò difronte la Sfinge che gli rivolse il solito indovinello: Quale è l'animale che di mattina cammina con quattro zampe, a mezzogiorno con due, e la sera con tre?
Edipo rispose - E' l'uomo, che da bambino cammina carponi; divenuto maturo cammina ritto su due piedi, e da vecchio per camminare deve servirsi di un bastone come sostegno. L'incantesimo era rotto, la Sfinge piena di rabbia si buttò dalla rupe e morì, il giovane che aveva liberato il paese da quel mostro fu accolto nella città di Tebe e come promesso fu fatto re e sposò Giocasta. In questo modo anche la seconda parte di quanto predetto dall'orocalo si era avverato; dal matrimonio incestuoso nacquero quattro figli: Antigone, Ismene, Eteocle e Polinice.

Laio ed Edipo


Il re Laio sposò Giocasta, sorella di Creonte, e siccome dal loro matrimonio non nasceva alcun figlio, i due interrogarono l'oracolo di Delfi. La Pizia rispose che sarebbe nato un figlio "che avrebbe ucciso il padre e sposato sua madre".
Quando nacque il figlio, Laio lo consegnò a un servo perchè lo legasse per i piedi a un albero e lo abbandonasse sul monte Citerone; il servo malvolentieri obbedì. Alcuni pastori che si trovavano lassù a pascolare le greggi del re di Corinto, Polibo, udirono le urla del bimbo e subito accorsero, salvandolo dalla sua triste sorte e consegnandolo al proprio re. I reali di Corinto non avevano figli e adottarono il piccolo e lo chiamarono Edipo, che in greco significa piede gonfio, perchè le corde che legavano i piedi del piccolo gli avevano fatto gonfiare le caviglie. Edipo, crebbe alla corte di Corinto e fu educato e cresciuto come un principe. Diventato adolescente, un giorno alcuni suoi compagni lo derisero, dicendogli che non aveva alcun motivo di considerarsi figlio del re. Edipo scappò da Corinto alla ricerca delle sue origini e si recò all'oracolo di Delfi, che senza svelargli le sue origini segrete, gli disse che avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. Per evitare ciò, scappò definitivamente da Corinto, e per allontanarsi dalla reggia di Polibo, si avvicinò sempre più alla città di Tebe. Ad un bivio incrociò una carrozza sulla quale c'era Laio, il vero padre di Edipo, il cocchiere involontariamente, passo sul piede del giovane che risentitosi e pensando che fosse un affronto, prese la spada e trafisse il cocchiere; Laio scese dalla carrozza per vendicare la ferita fatta al suo servo, ma fu ucciso da Edipo, così il giovane uccise il proprio padre proprio come era stato predetto dall'oracolo.

Zeto e Anfione


Zeto e Anfione, erano i figli gemelli che Antiope ebbe da Zeus. I due fratelli erano vissuti alle falde del monte Citerone, allevati dai pastori:Zeto era dotato di una forza prodigiosa e sin da piccolo si dedicò alla caccia, era rozzo e quasi selvaggio; Anfione, invece, era d'indole mite e delicata, cantava e suonava la cetra. Quando seppere dalla madre che Lico e Dirce l'avevano maltrattata, corsero a Tebe e uccisero Lico, si impossessarono di Dirce e la legarono alle corna di un toro infuriato, che trascinò la donna fino a un fiume dove annegò.
I due fratelli occuparono il trono di Tebe e cinsero le mura della città, Zeto trasportando con la sua forza i massi, Anfione invece li portava a sè col suono della lira. Una volta completate le mura, furono aperte sette porta come sette erano le corde della lira; e ogni porta era difesa ai lati da due robuste torri. Quando Zeto e Anfione morirono furono sepolti in una stessa tomba, e su di essa fu edificato un tempio in cui i due gemelli vennero venerati col nome di Diòscuri della Beozia.
Sul trono di Tebe, essendo Labdaco morto, salì suo figlio Laio.